
ESSERE ASTRONOMI
Prima di tutto, però, se vogliamo praticare una ragione e un’estetica maggiormente vicine alla realtà, alla sua perfezione, bisogna essere astronomi.
Solo l’arte regia, infatti, ci può insegnare la differenza fra considerare e desiderare. Considerare, ovvero, all’etimo, osservare le stelle. Desiderare, ovvero, all’etimo, non guardare le stelle: guardare un cielo vuoto sul quale riflettere solo le nostre fantasticherie. Senza questa salda acquisizione astronomica non c’è pensiero e, quindi, nessuna poesia che lo debba esprimere e astronomia. È chiaro che abbiamo perso la facoltà di pensare, e, quindi, quella di poetare, quando abbiamo cominciato a perdere il piacere di guardare le stelle e contarle, e contemplare il musicale ordinato gioco come lo troviamo ancora raccontato nella grande letteratura. Perché la grande letteratura è una magistrale, perenne, continua lezione di astronomia, come ci hanno rivelato ne “Il mulino di Amleto” Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend. Tutta la poesia, ci suggerisce questo libro lo è, perché la poesia è quel fare la realtà approssimandosi a essa sempre di più (è questo un modo per tradurre la parola poesia) che si basa sull’ossessione della misurazione, sul metro e la cadenza, sulle crescite e le decrescite, sui numeri di ogni sorta come li troviamo nei tempi lunghissimi che prolungano ognuna delle nostre vite nelle vite che verranno: come li troviamo nelle stelle. Nelle grandi narrazioni gli inesorabili fatti astronomici coincidono con quelli eterni dell’anima ed è per questo, quindi, che ci rivolgiamo alle grandi narrazioni per vivere davvero.
Nell’immagine, “Gionitus, inventore dell’Astronomia”. La formella, che decorava la base esterna del Campanile del Duomo di Firenze, progettato da Giotto, fu realizzata dal Maestro dell’armatura, collaboratore di Andrea Pisano (1334-1336); oggi è conservata nel Museo dell’Opera del Duomo a Firenze.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.



