
CAINO E ABELE
L’operazione di rompere le lettere per liberare il significato delle parole potrebbe essere motivo di una felicità non minore per noi uomini.
Potremmo, per esempio, prendere le storie per quello che sono: storie. Mi piacerebbe, non so, ascoltare una bella storia, come quella di Caino e Abele, senza doverla prendere alla lettera e determinarne l’evidenza di una invincibile categoria mentale, un vincolo antropologico, che mi costringa a pensare che una cosa è bianca o è nera, e una terza possibilità non c’è, e far principiare da questa regola qualsiasi, e fallace, un gioco al massacro: quello che ci travolge da diecimila anni.
Nell’immagine è “Caino e Abele”, olio su tela dipinto da Tiziano Vecellio 15tra il 1542 e il 1544, per la Sagrestia della Basilica di Santa Maria della Salute di Venezia, dove è conservato (immagine nel pubblico dominio, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.



