
UN'IMMAGINAZIONE DELICATA GENERA MOSTRI
La censura illustra e magnifica il potere delle immagini. Più un’immagine è bella, ovvero capace di orrore come di terrore, e più ecciterà il nostro essere.
La censura, allora, se vuole agire nel suo intento, ha una sola strada, che non è vietare, ma: convenzionalmente obbligare. Penetra la questione, in maniera obliqua ma perspicace, Mark Twain quando, in un suo reportage sugli Uffizi di Firenze, grida allo scandalo con furia bigotta e iconoclasta contro la Venere di Tiziano, che definisce troppo scabrosa pure per il bagno di un bordello, ma che eppure era esposta in una pubblica galleria. Twain ha ragione: è appena sufficiente una convenzione sociale, come quella che porta a fruire doverosamente dell’arte in un museo, per togliere all’arte tutto il suo potere: chi, per obbligo convenzionale, si riversa la domenica in un museo, si ritrova ad accettare quanto mai accetterebbe altrove, operando su di sé una possente anestesia per mezzo di farmaci sociali. Ed ecco una chiave vincente per la censura: anestetizzare le immagini, renderle accettabili, anzi da accettare: sentirle delicate per convenzione. Delicato: questa è la chiave. Rendere tutto delicato, perché, come afferma nel “Laocoonte” Gotthold Ephraim Lessing: l’immaginazione delicata genera mostri. La mostruosità è il fine sociale della censura.
L'immagine è la Venere di Urbino, dipinto a olio di Tiziano Vecellio, ralizzato nel 1538, conservato a Firenze, presso la Galleria degli Uffizi (Immagine nel pubblico dominio, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.



