SULLA CENSURA
Alcibiade aveva studiato dai sofisti, ma aveva capito che manipolare l’immaginazione degli uomini è pericoloso e controproducente. Non bastava che la gente
pensasse quello che voleva lui: la gente, aveva capito Alcibiade, non doveva pensare punto e basta. Doveva ubbidire punto e basta. E, allora, una notte, Alcibiade mutilò tutte le erme di Atene. Le erme erano delle statue sacre, dei grossi rettangoli di pietra sormontate da un volto e fornite di un fallo, veneratissime in Grecia. Le erme erano sacre ad Hermes, e Hermes è il dio dell’immaginazione, il dio che ha inventato la scrittura, e che ha congegnato quale rapporto dovesse correre fra il sapere e la conoscenza, inventando la scienza e la cultura. La censura è questo: castrare quella forza erotica insita nel sapere quando si concede agli uomini come conoscenza. Una generazione dopo l’atto terroristico di Alcibiade, la Grecia crolla per sopravvivere come il sogno di una civiltà ancora da avverare: e questo sogno, cotto nel suo sangue dall’odio gnostico per gli dèi e i bei ragionamenti; dall’odio per le immagini e il loro potere erotico; dall’odio per i sabba femminili e ogni forma di incoercibile persistenza del continuo e del mutevole: questo sogno, cotto nel suo icore, continua e sopravvive a questa smania di censura che rende residuale il mondo.
Nell’immagine, una xilografia a colori realizzata nel 1533 dall’incisore Erhard Schön da Norimberga per illustrare il testo di un volantino stampato con il titolo "Ein erschröcklich geschicht vom Tewfel und einer unhulden" ("Una storia terrificante del diavolo e di un demone"), cronaca del processo a una presunta strega (condannata poi a morte per rogo), accusata di essere responsabile, insieme al diavolo, dell'incendio della città di Schiltach nel 1531. Il documento è conservato preso la Biblioteca Centrale di Zurigo (Foto nel pubblico dominio, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.



