
NEWTON E IL SISTEMA DEL MONDO
Dall’osservazione che non solo la parola e l’immagine coincidono nel pensiero, ma che nel pensiero si identificano la vita, il mondo, le immagini e le parole con-
segue inevitabilmente la coscienza che il mondo e la vita sono manipolabili dai nostri pensieri e dalle nostre parole. La cultura greca può essere vista anche in questo modo, come un sogno sfrenato e tracotante: quello di ingannare la realtà con la ragione. Per realizzare questo sogno i greci elaborarono e formalizzarono quelle regole sicure che rendono un racconto o un’immagine efficaci: quelle della logica, della dialettica, dell’eristica, della retorica, dell’arte della memoria, e via dicendo. Sono leggi facili, facilmente apprendibili attraverso l’intuizione. Ognuno di noi le adopera, senza accorgersene, per compiere qualsiasi atto della nostra vita. L’idea di razionalizzare queste leggi afferisce al bisogno di controllare un fenomeno, il pensiero, per obbligarlo a un solo fine, il controllo di tutti i fenomeni della realtà. Tutto questo comporta un rischio. Per fare un esempio, Newton, con raffinati strumenti logici, osserva una mela, e dai suoi strumenti logici ricava l’idea che la mela cade in virtù delle leggi della gravità: l’osservazione è stata qui sostituita dalla logica, o, per essere più esatti, dalle leggi raffinitassime di una teoria. Una teoria, se vogliamo esprimerci con ingenua semplicità, può essere concepita come un modello mentale che deve soddisfare due esigenze: la prima è descrivere in modo preciso una vasta classe di osservazioni partendo da un numero il più basso possibile di elementi arbitrari, e la seconda è fare predizioni definite sui risultati di future osservazioni. L’idea che il mondo sia una estensione piatta di terra poggiante su una tartaruga, per esempio, non è una teoria perché non soddisfa nessuna delle due esigenze. È un modello mentale del tutto astratto come una teoria, ma non è una teoria. Nemmeno le idee di Aristotele sulla composizione e sulla forma del mondo, con tutti i suoi pianeti e stelle ben fermi in cielo, sono una teoria, perché non soddisfano l’esigenza di produrre predizioni esatte. Una teoria è quella di Newton, così poi come quella di Einstein, che la modifica. Allo stesso modo è una teoria quella quantistica, e via dicendo. Una teoria ci offre grandi vantaggi pratici proprio in virtù della soddisfazione del secondo punto di cui sopra, e, sicuramente, si fa apprezzare per la sua elegante bellezza, così come le idee di Aristotele si fanno apprezzare per la loro capacità di evocare in noi il più fermo e piacevole senso di quiete, e così come l’immagine di un piatto su una tartaruga compiace le nostre più divertite e bizzarre fantasticherie. Una teoria, però, (e così anche le idee di Aristotele e l’immagine di questa tartaruga inchiodata a un compito tanto inutile) hanno il vizio di non potere includere i fenomeni, di doverli, anzi, trascurare per essere formulati. Detto perché una mela cade, ecco che abbiamo perso la mela. Una teoria, sebbene implichi osservazioni e verifiche, perde sempre gli oggetti della realtà. Conosciamo la realtà dall’interno della nostra osservazione, nella misura in cui gli oggetti si relazionano a noi, e una teoria, che per sua natura cerca di comporre un ordine e un fine, tende a imporre alla realtà l’ordine e i fini di chi osserva, chiuso dentro il proprio ordine e i propri fini: una teoria, così, ci mette in grado di usare la realtà, il che, privi come siamo di una scienza del saper usare, di solito si rivela una catastrofe. Questa catastrofe, del resto, principia nel momento stesso in cui, con una teoria, perdiamo gli oggetti nell’illusione di averli afferrati: Newton dice che la mela si comporta così, ed ecco che la mela è persa. E questo lo sapeva, presumo, anche Newton stesso, che ha voluto lasciarci un libro meraviglioso, “Sistema del mondo”, nel quale abbandona ogni teoria per lasciare cadere dal cielo comete, con le loro code colorate, e per restituire al mondo vivo ogni suo fenomeno, dopo averlo perseguito attraverso lunghe descrizione e digressioni, senza incantamenti algebrici, godendo di vederlo fuggire per dargli meglio la caccia, fino in fondo: con immaginazione esatta. Qui Newton fa qualcosa di molto diverso dal costruire una teoria nella speranza che un modello, il linguaggio di questo modello, coincida anziché rappresentare per approssimazione la realtà: fa qualcosa di molto diverso da chi cerca di razionalizzare e quindi rendere riproducibile un fenomeno, prima mentale e poi fisico: qui Newton guarda il mondo, e lo capisce.
Nell'immagine, "Newton" di William Blake, monotipo realizzato tra il 1795 e il 1805, oggi conservato presso la Tate Gallery di Londra (Foto © Tate, rilasciata con licenza CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported) ).
Testo di Pier Paolo Di Mino
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.



