
ABBANDONARSI ALL'ABBRACCIO DELL'ESSERE
“Quanti porti, e isole deserte, e terre di morti ha visto mio padre! Ma anche quante donne ha amato, e in quante lo hanno ricambiato, bello e forte come era. Per questo mia madre, capisci, parla di lui con dispetto.
Ma lui voleva tornare, e infatti è tornato. Qui al campo nostro. E io me lo ricordo”.
Sicuramente il Baro rom presume una certa lettura della figura di Odisseo che controverte quella elaborata dalla scuola di Francoforte. A chi scrive sembra di potere scorgere i precursori della mentalità dell’uomo moderno e ultimo più nelle figure di Achille e di Agamennone che in quella del re di Itaca: psicologicamente piatti e unilaterali (i greci definivano la patologia di cui erano affetti “hybris”), il duce dei mirmidoni e il capo supremo degli achei procurano disgrazia e tragedia per una lite attorno a due corpi femminili reificati di cui non sanno nemmeno bene il nome. Odisseo, invece, è l’uomo poliedrico, ossia dalle mente molteplice, probabilmente perversa e polimorfa come quella di un fanciullo. Discendendo da Ermete, gode di caratteristiche mentali e umane che, oggi, i nostri dogmi produttivi e sociali ci imporrebbero di registrare come schizofreniche. Per usare il linguaggio del “management” tedesco degli anni ’30 (“Menschenführung) Odisseo sarebbe oggi facilmente considerato un “ausmerzen”. Il Baro rom, rispetto a Odisseo, in qualità di zingaro è, poi, più vagabondo, certamente ancora più inetto alla produttività, redditività, socialità; e, ancora più di Odisseo, si abbandona con facilità, e senza remore, all’abbraccio dell’essere: all’amore per la donna. Rappresentare figurativamente questa capacità di abbandono ha obbligato la matita a cercare di chiudere in un solo gesto sinuoso e potenzialmente infinito due figure affinché siano una sola.
Nell'immagine, uno dei bozzetti preparatori delle figurazioni che Veronica Leffe sta realizzando per I semi di Gianagagava, secondo capitolo del Libro azzurro.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

