
QUANDO LA VITA È COMUNE
“quando sono nato e mamma è rimasta chiusa a casa con i capelli raccolti e il fazzoletto in testa, lui ha cucinato per me, e pare solo carne di cinghiale e salsicce
ben pepate, e poi ha dato una grande festa, con il pane per gli altri bambini, ma anche con musica e tutto il resto, che ci erano venute non so quante famiglie e pure il tribunale dei vecchi, e giù a godere a peperoni, involtini e birra per tre giorni e tre notti”.
Zingaro significa intoccabile. Sfruttando il valore etimologico della parola, la comunità rappresentata nel racconto ha una continuità ideale con le utopie medievali e rinascimentali: un popolo separato dalla storia millenaria di desolazione e miseria che vivono i più tra gli uomini; intoccato dagli effetti nefasti di questa storia. Questo popolo sembra vivere grazie a un sapere comune, nella presunzione che il sapere sia sempre un fatto comune, e che, del resto, ciò che davvero conta sapere è che la vita, ossia tutto, è comune. Nessuno vive chiuso nel proprio privato. Quando si nasce lo si fa per la comunità, e la comunità, allora, festeggia. Questa suggestione concettuale, che si colloca fra la fantasia del paese di Cuccagna, o del tempo di Misrule, e le utopie di Campanella e Tommaso Moro, ha imposto naturalmente una rappresentazione spaziale che raccoglie una lezione che principia con Giotto e termina con Tiepolo.
Nell'immagine, uno dei bozzetti preparatori delle figurazioni che Veronica Leffe sta realizzando per I semi di Gianagagava, secondo capitolo del Libro azzurro.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

