
I POTERI DELLA PAROLA
«Mio padre bevve un barile di quella buona e suonò come suonava lui, e sai che era bravo, che quando pizzicava le corde si fermava il cielo ad ascoltarlo, e raccontò tutta la storia della sua vita fino agli antenati.
Si levò il fiato dal petto per farmi la festa come si deve. Ci amava. Ma sai come andò? Scoppiò la guerra. Quella grande. Quella buoni contro cattivi, con tutti quei morti. E mio padre dovette andarci. Non è che poteva non andarci. Cioè, poteva pure non andarci, perché noi zingari del circo non ci abbiamo l’obbligo, ma lui ci andò. So cosa dicono, che aveva un conto in sospeso con un tizio e che era meglio per lui se spariva. Ma non è così».
In questo passo del secondo capitolo de “Il libro azzurro” la scena racconta di quando il Baro Rom, divenuto padre, secondo le usanze avite, fece festa, pensò a tutto lui, e cantò e suonò per diversi giorni. In questo bozzetto preparatorio la figurazione è concepita secondo la massima armonia: una linea si eleva e l’altra, partendo dal centro della decussassione, si espande. Dietro questa figurazione, sicuramente, c’è il desiderio di rappresentare quelli che Daumal chiamava i poteri della parola; o, ancora, quei bei discorsi con i quali, diceva Platone, si cura l’anima. Meglio: qui Baro Rom è come Orfeo, insieme con le donne, prima che decidesse di dettare le sue ragioni luminose agli inferi, ripararne le perversioni e sovvertire le dure leggi dell’amore: prima che le donne dovessero ucciderlo per difendere la realtà, con le sue perversioni e le sue regole amorose.
Nell'immagine, uno dei bozzetti preparatori delle figurazioni che Veronica Leffe sta realizzando per I semi di Gianagagava, secondo capitolo del Libro azzurro.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

