
QUANDO IL CIELO È UNA SCOPERTA
«Si fece silenzio, poi Giangagava puntò un dito su un bambino, e gli disse: racconta tu.
Il bambino si alzò, si schiarì la voce, si guardò attorno tutto soddisfatto vanitoso per essere stato scelto, e poi cominciò a recitare. Non ci credi?, disse il bambino, impersonando, così come d’uso quando si fa questo racconto, la parte del figlio del baro rom, del primo Giangagava, quello che fondò la famiglia; fingendo di essere il figlio orgoglioso di questo antenato spiritato. Non ci credi? Eppure è così. Guarda nel foro del tendone, proprio dove indica la bocca del cannone. Ci siamo nati in questo circo e chissà quante volte ci hai guardato. Ma ora guarda bene, con attenzione. Quella stella, quella lì in alto, piccola ma luminosa come il fondo di una birra illuminata sotto i fari del bancone di un bar notturno, quella stella è mio padre».
La raffigurazione di uno scenario archetipico implica l’approfondimento di quelle passioni ed emozioni attraverso le quali viviamo e riviviamo sempre la stessa scena fondamentale: in questo caso, quel momento ancora sano, infantile, in cui il cielo è una scoperta e non un dogma. Conosciamo l’essere nella sua negazione, l’eterno nel movimento transeunte del divenire, e questo movimento perfetto ci disorienta, e come bambini, guardiamo in cielo per cercare una stella che ci guidi, un padre. In questa raffigurazione lo sforzo è concentrato nell’abolizione della verticalità, nell’enfasi sullo stupore e il divertimento che tutti abbiamo provato nella scoperta delle stelle.
Nell'immagine, uno dei bozzetti preparatori delle figurazioni che Veronica Leffe sta realizzando per I semi di Gianagagava, secondo capitolo del Libro azzurro.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

