
RACCONTARE L'ATTRAZIONE DELL'ABISSO
«Il racconto che vi addito è quello in cui vengono dette tutte insieme le gesta allegre, tristi e meravigliose di quel primo Giangagava, quello in cui tutte le sue avventure vengono riferite con cura facendo parlare suo figlio.
Esatto, parlo proprio di quel racconto lì, del racconto che si intitola il racconto del grande uomo, oppure anche il racconto del baro rom. Chi è che vuole raccontarlo? I bambini, figuratevelo da voi stessi, cominciarono di nuovo a sbracciarsi, e a dire racconto io il baro rom, no, lo racconto io, e si strattonavano, menavano anche un po’, e tiravano su una bella chiarentana, e, allora, a un certo punto, Giangagava urlò: mo’ basta. Si fece silenzio, poi Giangagava puntò un dito su un bambino, e gli disse: racconta tu. Il bambino si alzò, si schiarì la voce, si guardò attorno tutto soddisfatto vanitoso per essere stato scelto, e poi cominciò a recitare».
In questo passo del secondo capitolo de “Il libro azzurro” Giangagava ha invitato i bambini della comunità a recitare un racconto classico della loro tradizione, quello sul baro rom. Protagonista di questo racconto è un bambino, che sta costruendo l’immagine del baro rom (il grande uomo), trasfigurando le avventure, più o meno reali, di suo padre. La ricerca delle figurazioni esatte per la rappresentazione di questo processo di trasfigurazione dei fatti, di traduzione di questi in un senso pienamente vivo, comportano un’immersione nell’immaginazione infantile: come vede un “perverso polimorfo” la paura della morte, l’attrazione mostruosa dell’abisso?
Nell'immagine, uno dei bozzetti preparatori delle figurazioni che Veronica Leffe sta realizzando per il secondo capitolo del Llibro azzurro: I semi di Gianagagava.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

