
CANONE #5 - HERMANN BROCH
Hermann Broch guarda le strade di una città americana in perenne costruzione. La città cresce, si espande, si moltiplica, si complica come un tumore.
Il dio dei lavori stradali, direbbe Bulgakov, possiede oscuramente il cuore dello stalinismo. Broch, però, non conosce Bulgakov, e, mentre coglie il lato spaventosamente distruttivo della furia costruttiva non è colpito dall’aspetto metastatico di quella furia, ma da un elemento più circoscritto e specifico.
L’intero complesso dell’immaginazione di Broch si sta muovendo; prima lentamente, e poi: ecco, cominciano i lampi delle intuizioni e i tagli della ragione. La sua mente è come una macchina che fabbrica connessioni: questo gli è sempre sembrata la sua facoltà di legare le cose fra di loro: una macchina giocosa e violenta.
Fa freddo. L’aria è chiara. Il vento cade all’improvviso, risale, e chiude dentro di sé i suoni della strada. Questa macchina mentale, pensa Broch, è il complesso dell’immaginazione; è la naturale essenza letteraria della realtà. Questa macchina fa male, e, in fondo, il suo lavoro è inutile. Alla fine, come si può davvero rendere visibile l’invisibile? come si può comunicare una serie di relazioni fra cose che non ci sono se non nella relazione, cose che solo per approssimazione, dovendo pur nominarle, chiamiamo cose, o cose in sé, o enti? Un metafisico cercherà sempre di dimostrare la loro esistenza irrelata, assoluta, così come un nichilista cercherà di dimostrare la loro assoluta inesistenza, e questa inerme dialettica, fondata su un sentimento blando e sciatto, quel cupio dissolvi evanescente che si propone alle coscienze affaticate dalla cattiva digestione e da una media disposizione alla mollezza e all’inerzia, regge le sorti di un mondo chiuso dentro una fantasia gnostica: la materia disintegrata nell’ineffabile e astratto materialismo; il materialismo come ente di supporto a una fantasia di benessere sottratta al bene e all’essere; il benessere risolto nella sua misurabilità, e quindi il denaro come unità di misura, il denaro, o l’oro, una qualità scambiata per quantità, e, quindi, il liberatorio illimite simbolico usato come illimitata condanna a morte. Da dove viene questa bizantina, soffocante, corrotta fantasticheria? I metafisici e i nichilisti, pensa Broch, fanno agire le loro teodicee e prammatiche nella retorica del Kitsch. È possibile dire che i metafisici rappresentano, in questa retorica, la letteratura didascalica e i nichilisti l’arte per l’arte? Forse. È un fatto che metafisici e nichilisti praticano lo stesso armamentario letterario: attenzione alle forme e alle strutture, sia come esibizione della loro presunta autonomia, sia come metodo comunicativo, e quindi, da qui, ecco la noia del buon gusto, la pornografia rosa dello stile, del linguaggio, della trama, dei personaggi, degli archetipi; al dunque, sia i metafisici che i nichilisti praticano la cancellazione progressiva del sapere. La macchina che tende con giocosa violenza cercando la coincidenza con la realtà, invece, è quella letteratura che, in negazione del Kitsch, pratica la difficile arte di giungere alla verità, e quella ancora più difficile che consiste nel tornare indietro per riferirla: ed è un fallimento, è un’inutile fatica.
A Broch bruciano all’improvviso gli occhi. Forse, pensa, è il vento che trasporta la polvere dalla strada. Ma non è il vento, e non è la polvere: a bruciargli gli occhi è un lume breve e continuo. Broch ha infine trovato ciò che stava cercando: un oggetto, un piccolo oggetto apparentemente isolato, fino a poco prima vuoto, ora pieno di significato. Il significato, pensa, è nella rete di relazioni che danno forma all’oggetto. Gli edifici che ho davanti agli occhi, pensa Broch, questi palazzi in costruzione, non hanno ornamenti: è questo il punto fondamentale. Un tempo si cominciava a costruire partendo proprio dall’ornamento: perché nell’ornamento si apre il meccanismo che permette alla costruzione di avere una funzione simbolica: le greche ripetevano il regolare e tortuoso movimento della realtà e il regolare e tortuoso movimento della nostra mente per capire la realtà; le svastiche garantivano il movimento ordinato del tempo e la facoltà umana di misurarlo, e via dicendo. Si partiva da qui: il resto veniva dopo. Una volta perso l’ornamento, si perde la capacità costruttiva. E, persa questa, ci diamo, è inevitabile, in pasto alla distruzione.
Broch pensa a Le Corbusier. Pensa a Le Corbusier e a Mussolini: si sono corteggiati a lungo, due paternalisti (è una corriva conseguenza del progressivo stravolgimento dei significati che venga accusato io, di essere paternalista), Mussolini e Le Corbusier sono paternalisti, due padri che vogliono insegnare ai figli a vivere una vita sana. Non vivere: ma rappresentare una corretta funzione. Ma nulla ha, o è, una funzione, se non simbolica. Nulla ha una funzione, perché nulla è necessario, se per necessità non si intende l’amore, il desiderio: nessuno ti obbliga a vivere. Se vuoi vivere devi accettare la necessità, tutte le necessità, mangiare, bere, ammalarsi, godere, come fossero un simbolo: quello del desiderio. Vivere dovrebbe essere un rito: un racconto in cui si ripete la colpa che viene dalla necessità, per abolirne la pena.
Broch chiude gli occhi. Il vento, o la polvere, qualcosa gli sta corrodendo le iridi. Non esiste nessuna funzione, pensa, se non simbolica. Non esiste la trama, l’intreccio, non esistono i personaggi, lo stile: esiste solo la verità, il sapere. Il nostro lavoro letterario è un giuramento che facciamo al sapere, che è l’anima di ogni cosa. L’anima è metamorfosi continua; l’anima vive nel continuo, e così noi dobbiamo giurare di salvare l’anima dalla sua malattia progressiva, dalla sua progressiva paralisi e morte. Su questo giuramento si deve fondare la nostra letteratura. Lo strumento di questa letteratura è quella macchina delle connessioni che, seguendo le modulazioni ondose e incerte, onniavvolgenti, delle cose vuote che fanno la realtà, s’esprime nelle parole che parlano dentro ogni cosa, dentro ognuno di noi.
Abbiamo sempre immaginato l’anima, pensa Broch, questo continuo mutare, questa metamorfosi senza tregua che atterrisce e solleva, come una donna. La Verità è la donna che guida Parmenide, l’Afrodite di Empedocle, la Beatrice di Dante. Ma l’uomo comune, l’uomo educato al Kitsch, schiavo dell’estasi della banalità, della normalità, ha rivoltato questa dea contro sé stessa. L’uomo comune ha costretto la donna a essere una funzione produttiva, e quindi la protagonista di una tragedia (è questo ciò che voleva dire Aristofane): l’abbiamo costretta alla paralisi e infine alla morte. L’io altro non è che una dea uccisa. E allora la letteratura di cui parlo è un atto di fedeltà alla dea. Ci mettiamo in silenzio a sentire le sue storie, che cambiano sempre affinché tutto permanga, per poi riferirle. Le storie che ci racconta la dea allontanano la morte senza sospenderla, proprio perché non la sospendono: la pongono alla loro origine. Le storie sottraggono al circolo vizioso, alla monociclosi esistenziale, alla coazione a ripetere perché sono la ripetizione stessa. Ripetono quel cerchio che è la tonda verità. Le storie che racconta la dea ci immergono ancora di più nella colpa, ma ci liberano dalla condanna. Procedono in avanti, si riavvolgono indietro, si diramano e contraggono: il loro movimento posidonico obbliga la voce del narratore a farsi ondosa, e a cancellare confini e a ergerli, ergerli e cancellarli, cercando di aggirare il dolore, graffiandosi di spine. Queste sono le storie che racconta la dea. Non le storie che servono a constatare il vano fluire del divenire o, ed è la stessa cosa, a isolare una presunta essenza per salvarla dalla consunzione del divenire. Parlo del sapere, che viene dall’altro, ed è praticato per l’altro, ma di cui ognuno deve avere vissutezza nel momento solitario e sospeso in cui siamo davanti alla dea, o alla verità: in cui siamo nell’anima. Il cuore non trema, in quel momento, e tutto è meravigliosamente fermo. Poiché solo chi riposa può indicare il cammino, solo ciò che è unico e inconfondibile, strappato e salvato dal flusso delle cose, si apre all’infinito. In quel momento immobile, mentre noi siamo immobili in lui, conosciamo ciò che si fa durata fuori dal tempo, si fa canto che mostra il cammino, si fa guida. È come una folgore, un unico istante di vita, dilatato sino a comprendere il tutto, un cerchio dischiuso all’infinito.
Broch apre gli occhi. Davanti a lui si alzano due torri sottili e altissime che non hanno altro senso se non quello di essere due torri sottili e altissime, e quindi pensa alla dissoluzione del genere umano.
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Broch ha avuto un ruolo molto importante nel concepimento di Lo splendore: il suo lavoro artistico e l’ideale estetico ed etico che vi è sotteso sono una guida nell’incerta ricerca espressiva del mio romanzo. Nel comunicare la sua esperienza creativa, però, mi sono concentrato su un aspetto prototipico del suo operato: la facoltà predittiva. Broch ha usato nella sua opera le variabili della Storia, l’ossessiva ripetizione dell’apparente succedersi dei fatti, come porta di accesso all’essenza del destino umano: potremmo ridurre i suoi romanzi al dramma da sempre in corso fra un carattere distruttivo, identificato con Lutero (un Lutero sussistente ab eterno e in eterno), e l’uomo così come è, con il suo attaccamento alla vita e ai valori naturali che la vita porta in sé. Da qui non solo l’esattezza con cui Broch ha descritto il fenomeno del decadimento irresistibile dell’uomo, ma anche la predizione del rischio di dissoluzione che corre. Un occhio avvinto al gioco illusorio delle variabili può non avere contezza del dettato generale di Broch e del valore che questo ha nel quadro di risoluzioni che possiamo credere sempre più urgenti. Quell’occhio potrebbe, però, essere colpito da un episodio, cui accenno nel ritratto: Broch previde lo scoppio della Seconda guerra mondiale analizzando l’architettura moderna, cogliendone il senso nella mancanza di senso: non era possibile che a seguire non ci fosse l’esplosione di una violenta volontà distruttiva. È l’esattezza di una previsione a contraddistinguere una teoria da una visione. La teoria è l’atto del theoròs, di colui, ossia, che compie l’atto conoscitivo della contemplazione di un fenomeno in sé. Solo una teoria rende conoscibile all’uomo il mondo nella sua immacolata realtà razionale grazie all’osservazione di quelle regole matematiche insite nella relazione fra gli enti. Chi non pratica la teoria è costretto a vivere in un mondo inconoscibile, irregolare, imprevedibile, un mondo da ridurre inevitabilmente a illusione, a proiezione psicotica del proprio impaurito desiderio di nullificazione.
Dunque, indagando Broch, mi sono chiesto: qual è lo stato della mente che precede quelle forme sintetiche, quelle immaginali strutture matematiche in cui il vuoto potenziale del mondo corrisponde al vuoto potenziale dell’uomo, e che rende il mondo calcolabile e l’uomo capace di calcolare? Gli antichi avrebbero parlato di un dono, e di una maledizione: il dono e la maledizione di Apollo. Nello sfondo della mia indagine, quindi, la descrizione, lontana dall’essere sentimentalmente neutra, della condizione umana, compresa fra il dolore dell’incomprensione e la gioia di chi, come Broch, sentendosi chiamato a fare professione di fede nei confronti del mondo, si fa custode della luce corroborante e felice del sapere, della visione chiara che viene dalla contemplazione della disposizione vera di ogni ente.
Pier Paolo Di Mino
Nell'immagine, Herman Broch ritratto da Veronica Leffe.

