
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - LO SPLENDORE #3 - RIMANERE SENZA OGGETTO DI SALVEZZA
Rosa Doré, mettendo al mondo Hans, lo ha concepito come oggetto della propria salvezza?
“Era ormai primavera, ma Rosa, quel giorno, sentiva freddo, freddissimo, dentro la carne, nelle ossa, in quegli spazi cavi, innumerevoli, infiniti, che aveva scoperto nascondersi nel corpo, o nell’anima. La gravidanza, pensava, avrebbe dovuto avere a che fare con la pienezza: ma non era così”. O era Dio l’oggetto della propria salvezza? “ti prego, si mise a pregare Rosa, proprio come le avevano insegnato le suore italiane al convento di Curzola, ti prego, ti prego, la creatura che cresce sotto il cuore l’affido a te, solo tu mi puoi salvare”. Sono arrivato alla conclusione, dopo avervi riflettuto molto, che Rosa non è mai riuscita a pensare alla salvezza se non in termine astratti: che per lei la salvezza non è mai stata un oggetto. Quanto aveva appreso nella sua giovane vita, gli insegnamenti ricevuti da bambina e la naturale esperienza del mondo che fa ogni creatura non si erano mai incarnati per lei in nessuna vissutezza: le parole del lessico esistenziale non hanno preso corpo; l’oscura interiorità della parola che parla dentro ogni parola non si è fatta carne, e Rosa è rimasta senza oggetto di salvezza.

Nell'immagine, "Natività", affresco realizzato da Giotto per il ciclo delle scene della vita di Cristo, conservato presso la Cappella degli Scrovegni a Padova (immagine nel pubblico, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.
