
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - LO SPLENDORE #1 - UN OGGETTO CHIAMATO SALVEZZA
“Se Hans Doré salva il mondo è perché il mondo salva Hans Doré”.
La frase è una formulazione declinata dalla mia bocca durante un’intervista di Filippo Golia per TG2 Storie del novembre 2022; una frase detta senza pensare, frutto di un momento di felice sperdimento, che, eppure, descrive perfettamente la fisica e l’ontologia de «Lo splendore»: ogni ente è tale solo nella relazione con gli altri, e solo in questa relazione, dunque, si può trovare la salvezza. Sì, ma la salvezza cos’è? È un’azione che passa fra due o più oggetti? È un’azione assoluta? È che azione è? E se la salvezza fosse la relazione stessa? Ho almanaccato per molto tempo su questo argomento, e sono giunto a infinite conclusioni, più di una corretta, senza dubbio, e perfino suggestiva, ma nessuna capace di soddisfare il mio intimo sentimento della verità. Confesso che questo sentimento è di natura spiritualmente romanzesca, e che, per temperamento, sono incline a certe fedeltà d’amore che fanno di me ciò che, in modo non generico, si suole definire un tradizionalista: motivo per il quale ho alla fine capito che la salvezza di cui parlo nel romanzo deve essere, in fondo, pensata come un oggetto. Del resto l’apostolato umano e l’avventura esistenziale di Hans Doré, il protagonista del romanzo, tutta si riduce alla ricerca di un oggetto. Che dire? Gli arcani sono semplici: mangiare, bere, fare l’amore, e infine morire; ma gli uomini sono complicati. Ed è dunque nostro mestiere rendere visibile l’invisibile, perché solo vedere è sacro.

Nell'immagine, "The Damsel of the Sanct Grael", olio su tela di Dante Gabriel Rossetti, realizzato nel 1874, collezione privata (immagine nel pubblico dominio, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.
