
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - IL LIBRO AZZURRO #86 - PRIMA DI TORNARE IN PARADISO
Può essere sconcertante immaginare un nuovo tempio, il paradiso a venire, ma non è al di là di ogni congettura: su qualcosa possiamo poggiarci.
Esiodo immagina il paradiso come un’era aurea in cui gli uomini sono paghi dell’abbondanza del mondo, tenaci a sufficienza per sopportarne e goderne lo strazio. Racconta Esiodo che, un giorno, un dio umano, troppo umano, Prometeo, decise di dividere gli dèi dagli uomini (fino ad allora, in paradiso, avevano vissuto insieme), imponendo che i primi si nutrissero solo di fumi sacrificali e i secondi (in nome della regola del giusto apporto di proteine) di carne: così gli dèi, non dipendendo altro che da fumo, divennero immortali, e gli uomini, dipendendo dalla carne, divennero mortali. Prometeo, inoltre, rubò il fuoco agli dèi per fare rilucere gli uomini, e così gli uomini, possedendo quel fuoco, sono stati costretti a usare il fuoco nelle fucine per produrre. Prometeo, pagò il fio della sua demenza, fra le risate generali, crocifisso a un masso. Gli uomini, da allora, pagano il fio della propria demenza, fra le risate generali, lavorando tutto il tempo. Esiodo, nella sua opera maggiore, mostra come e quanto si debba lavorare. Cosa significa la sua etica del lavoro? Forse, vuole amaramente dirci, che c’è stata una colpa e la dobbiamo pagare, che siamo sbagliati e che dobbiamo subire allora le leggi del profitto. Oppure ci vuole dire che tutto questo orrore millenario che ci separa dal mondo è solo un momento che dobbiamo attraversare, imparando a non sbagliare più, prima di tornare in paradiso.
Nell’immagine “Prometheus”, olio su tela di Goustave Moureau, realizzato nel 1868, oggi conservato presso il Musée national Gustave Moreau di Parigi (immagine di pubblico dominio, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica di Veronica Leffe.

