
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - IL LIBRO AZZURRO #69 - LA MELA DI SANT'AGOSTINO
Completamente eversiva della tradizione biblica è la confessione praticata nell’era volgare, dove il centro di tutto è l’uomo. Dio non viene contemplato.
Ci si concentra con sensibilità parossistica su sé stessi, e si cerca un piccolo particolare in quel piccolo particolare della realtà che siamo noi. Per prima cosa isoliamo e astraiamo noi stessi dalla realtà. Quindi inventiamo un fatto qualsiasi, reale o immaginario, del nostro presunto vissuto. Ora dobbiamo solo imprimergli un significato assoluto, sciolto da qualsiasi rilevanza se non attinenza con la vita. Notava Celso che questo esercizio della superbia ha gravi conseguenze sul piano sociale ed ecologico per l’intrinseco disprezzo degli altri e del mondo che comporta, ma chi lo ha praticato anche una sola volta nella vita sa quale piacere sentimentale vertiginoso esso riservi: sentirsi esaltati nella colpa (pecco dunque sono) allontanando da sé ogni responsabilità morale nei confronti di cose fatti persone. Agostino di Ippona, nelle sue confessioni, ci mostra il calore del suo cuore commosso, ricordando con dolore il giorno in cui, poco più che bambino, rubò quella mela a un ricco contadino, che forse nemmeno se ne accorse. Rubò, e il ricordo del crimine, in tarda età, e la vergogna e il pentimento, l’attrizione e contrizione procurata dalla coscienza inorridita di quell’effrazione delle sacre leggi concernenti la proprietà privata, lo estasiò a tal punto da donargli per sempre un’idea attiva ed efficace di pura innocenza, talmente forte che, quando partecipò con entusiasmo all’azione di repressione dei donatisti, cominciando una guerra santa che ancora non finisce, nulla poteva ormai pesargli sull’anima.
Nell’immagine Agostino di Ippona, tempera su tavola di Antonello da Messina, realizzato nel 1473, oggi conservato presso la Galleria Regionale della Sicilia, in Palazzo Abatellis, a Palermo (Immagine di pubblico dominio, riproduzione © Zenodot Verlagsgesellschaft mbH, GNU Free Documentation License, tramite Wikimedia Commons).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica a cura di Veronica Leffe.

