
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - IL LIBRO AZZURRO #68 - IL PESO DEL PECCATO
La tradizione biblica offre un’idea di confessione vivace e drammatica. C’è un uomo, e, chiaro, vuole liberarsi dal peso del peccato.
Comincia la disputa, il dibattimento, il tira e molla con Dio. Si confessano i peccati. Si ammettono le colpe. Si espongono però anche le attenuanti. Si denunciano i fatti circostanziati miranti a dimostrare che epperò nessuno è quadrato; che nessuno è una forma geometrica di carattere euclideo, la cui estensione ossia è fondata sul punto, che è inesteso. Va bene, si dice a Dio, ho aggiunto l’acqua al vino, ma chi ha creato l’acqua? Non sono stato io a inventare l’acqua. Qui c’è come minimo compartecipazione nella colpa. Poi si tirano fuori i meriti. E però, si dice a Dio, in quell’occasione non ti ho servito al mio meglio?, non mi sono rivolto a te con preghiere contro il mio nemico? Non ho sempre pregato con fervore, e desiderato, e barato, e teso la mano, e congegnato trappole, e perso tempo cercando ciò che non c'è in attimi inconsistenti, meravigliosi, e fatto complotti contro il cielo e fatto ridere il cielo, e con strafottenza rischiato di perdere la pace, e cercato la pace, e non ho avuto paura, sì, ho avuto tanta paura, e, poi, non ho trovato negli occhi delle altre donne e uomini e animali me stesso, e amato in posti impensabili, non importa chi, ho amato, e tu sai quanto? A quel punto Dio deve cedere perfino a un Geremia e ai suoi lamenti legulei. Bisogna ammettere che quest’idea di confessione, vivace e drammatica, così umana tutta a favore dell’uomo, piena di sale, non può dispiacere a nessuno.
Nell’immagine “Geremia piange la distruzione di Gerusalemme”, olio su tavola di Rembrandt van Rijn, realizzato nel 1630, oggi conservato presso il Rijksmuseum di Amsterdam (foto by Rijksmuseum, licenza CC0 1.0).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
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