
È PIÙ SACRO VEDERE CHE CREDERE - IL LIBRO AZZURRO #65 - UNA STORIA CHE FINISCE IN UN LIBRO
Gli spartani odiavano e deridevano i riti di Samotracia.
Dicevano: perché mai dovrei rivelare i miei peccati, i miei vizi, le mie debolezze, la mia fragilità umana, i miei segreti a uno sconosciuto? Gli spartani erano guerrieri e difendevano in questo modo il fortilizio della psicopatia. Secoli dopo, i cristiani, con maggiori risultati, difenderanno il fortilizio della psicopatia con una strategia contraria, quella di addossarsi ogni sorta di colpa: mia è la colpa del peccato originario, mia la colpa di ogni male, mia la colpa se i pianeti e le stelle cambiano rotta mutando le stagioni, mia la colpa se piove e nevica. Dio non conta nulla, io sono l’artefice di tutto. A Samotracia, invece, si confessavano i peccati non per addossarsene la colpa, ma perché i peccati sono salati, e senza sale non c’è vita: quelle torbide fantasie, quelle immagini violente oscene scabrose vergognose volgari assurde raccapriccianti nella mente, quella avidità di vita, quella lentezza accidiosa che l’eternità della mente finita instilla nelle vene, quella lussuria che morde i pelvi, quell’ira che esalta i minuti, quell’ansia accecante che ci fa bramare invidiosamente l’impossibile, questa assurdità giocosa che ci fa credere di avere un libero arbitrio e ce ne fa insuperbire, questa fame di mondo sono gli elementi minimi che fanno di una vita qualcosa che sia bello da essere raccontato, e, quindi, vissuto: sono una storia che finisce in un libro. Gli spartani e i cristiani non amano questo lusso e questa lussuria contenuti nei libri, questo spreco di tempo che gonfia l'anima e distrae dai doveri minuti del giorno, da ciò che va fatto costi quel che costi, mentre a Samotrocia, dove si praticava un felice scambio del tempo con l'eternità, si andava per essere assolti davvero, da ogni male, dal male che sminuisce l'anima. A volte immagino Samotracia, e penso a una Biblioteca protetta dal deserto.
Nell’immagine “Tavola dei Peccati Capitali”, olio su tela attribuito a Hieronymus Bosch databile tra il 1505 e il 1510 circa, conservato presso il Museo Nazionale del Prado di Madrid (Copyright dell'immagine © Museo Nacional del Prado).
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Ricerca iconografica di Veronica Leffe.

