
SETTE RACCONTI - OUVERTURE
INTRODUZIONE AL TESTO
Sette racconti ha una particolare collocazione in seno alle pubblicazioni de Il libro azzurro, dal momento che i ritratti che lo compongono sono un’eccedenza rispetto al fluire delle parole, dei pensieri, delle immagini, dei racconti che danno forma a questo libro inesistente.
Sono, dunque, un’eccedenza dell’eccedenza, perché Il libro azzurro è un libro senza titolo, chiuso dentro una copertina azzurra, ornata al centro da un nodo di Salomone, che esiste solo al di fuori di ciò che chiamiamo realtà: che esiste solo in un romanzo, Lo splendore, che ancora non esiste perché ancora non è stato pubblicato. Il libro azzurro ha una caratteristica: è fatto quasi esclusivamente di immagini che cambiano di continuo; che mutano nella percezione di chi le guarda. Senza la sua esistenza non avrebbe corso la trama de Lo splendore: o, per dirla diversamente, Hans, il protagonista del romanzo, non potrebbe realizzare lo splendore.
Il libro azzurro è, per così dire, l’anima del romanzo, e rappresenta la sua espressione essenziale. Proprio il fatto che (a quanto si dice nel romanzo) senza questo evanescente tomo azzurro non si può realizzare lo splendore ha spinto me e Veronica Leffe a dare corso a un gioco non privo di violenza: quello di fare esistere questo libro che esiste solo ne Lo splendore prima che esistesse Lo splendore stesso. E così hanno avuto inizio le diverse pubblicazioni de Il libro azzurro: la pubblicazione telematica, alla quale vengono affidate, oltre alla costruzione per frammenti del libro, una serie di note bibliografiche e di riflessioni concernenti il lavoro in fieri del libro stesso; la pubblicazione rituale, una serie di gesti, che coinvolgono luoghi, e i loro geni, propizi allo statuto ontologico del divenire; e, infine, la pubblicazione di edizioni a stampa che documentano il variare dei capitoli (come Ma l’amor mio non muore) e degli intermezzi (come La profezia di Sakina).
Anche Sette racconti fa parte delle edizioni a stampa de Il libro azzurro, però, non è né un capitolo né un intermezzo: i sette ritratti che lo compongono, dedicati a donne e uomini che hanno combattuto la barbarie, l’inciviltà, la disumanizzazione delle società normali con gli strumenti del sapere e della conoscenza, eccedono l’eccedenza de Il libro azzurro, perché di questo gioco, contenuto ne Lo splendore, e che contiene Lo splendore, rappresentano la fonte e la matrice: senza le figure (grandi nell’Ade) degli spiriti umani e ideali qui raccolte, infatti, l’autore, non avrebbe mai trovato il gusto e la direzione per avviare nessun gioco.
Sigliamo, dunque, questa nuova pubblicazione sotto il titolo di Appunti per lo splendore cercando un’espressione mediana a ciò che non ha nulla di mediano.
Senza queste figure mi sarebbe stato impossibile trovare la giusta gradazione di fuoco e la più assennata proporzione razionale per congegnare i motivi, l’idea generale e la trama di un romanzo che, come Lo splendore, è immerso dentro una fantasia di salvezza. Riassumere la trama de Lo splendore è impossibile, ma la sua storia è molto semplice. Un bambino, Hans Doré, nasce nella periferia di Berlino, dentro una baracca. Al freddo e al gelo. Non ha padre, e sua madre è poco più di una bambina. Questo tipo di nascita presenta quella serie di condizioni necessarie e sufficienti per aderire a una fantasia religiosa: quella del salvatore. In effetti, Hans Doré è inserito in una trama di interessi, che lo precedono e lo accompagnano, che lo spingono a realizzare, senza saperlo, questo mito di salvazione. Il fatto di non saperlo è un’altra condizione necessaria e sufficiente, giacché secondo la tradizione ebraica il salvatore, per compiere la sua opera, non deve sapere di essere il salvatore. Hans Doré perseguirà questa causa a lui ignota attraversando, come tutti noi, e avventure e accidenti, e viaggiando e perdendosi.
Anche questa peregrinazione soddisfa una fantasia religiosa, quella espressa e incarnata da Odisseo. La tarda antichità, con il neoplatonismo, recupera, come sempre succede nella decadenza, la coscienza del dettato spirituale originario intrinseco alla vicenda odissiaca. Odisseo è l’uomo che attraversa il mondo, e si perde, e, perdendosi, acquista la sua più piena, ricca, salvifica umanità, così che alla fine può fondare un saldo Stato: una condizione dell’essere più vera e viva. Quella del Nazareno e quella di Odisseo, secondo Borges, sono le storie più belle che siano mai state raccontate, ma devo confessare che io le ho sempre sentite come la stessa identica storia, raccontata in termini fantastici e numinosi nell’Odissea e in un dettato razionale e abbacinante nel Vangelo. In fondo, comunque si voglia raccontare questa storia, si tratta semplicemente di esprimere questa piana verità: e cioè che a salvare il mondo può essere soltanto un uomo così come è un uomo.
C’è un altro modo, però, in cui potrei parlare della storia raccontata ne Lo splendore. Ancora oggi (forse) un indiano per comunicare il contenuto di una storia tratta dai miti tradizionali può dire che parla di Visnu, o di Ganesha, oppure del karma, o del nirvana, rivelando un’identità ontologica insolubile fra l’aspetto fantastico (o romanzesco) e quello razionale (o filosofico) della storia. Allo stesso modo io potrei dire che la storia raccontata ne Lo splendore parla della realtà, ossia di quella rete sottile e invisibile che dà forma a tutti gli enti o individui che al di fuori della rete non sono e non possono essere, e che definiamo enti o individui soltanto per comodità espressiva. Lo splendore si regge su una pretesa (scontata per chi lavora con le immagini e le parole e i numeri): la pretesa di cercare la coincidenza fra il racconto letterario e il racconto del mondo. Tale coincidenza avviene ogni volta che traduciamo la nostra intima vissutezza del mondo, ovvero il sapere, in conoscenza. Un desiderio vitale guida chi si dedica a questo lavoro: il desiderio di lasciare intatto e immacolato il mondo, nella sua bellezza e nel suo strazio. Non è impossibile congetturare che solo questo lavoro ci possa salvare, attraverso gli strumenti, umani così umani, del sapere e della conoscenza dalla barbarie, dalla inciviltà, dalla disumanizzazione di quelle società normali regolate sullo svuotamento e sulla nullificazione dell’esistente.
È una lezione, questa, che ho appreso dall’apostolato umano di uomini come Platone, Isidoro di Siviglia, Bonhoeffer, Pasolini; dagli spiriti immaginali dei giusti qui invocati e convocati. È da figure come le loro che ho imparato che bisogna essere disposti a tutto per salvare il mondo: che bisogna vivere come se tutta la responsabilità dello Stato gravasse su di te, perfino quando uno Stato non c’è più, e la civiltà è stata sostituita dalla barbarie, con le sue regole che regolano regole, e l’insignificanza strutturata a regime nullificante. In fondo, si tratta solo di preferire il tutto al nulla. Per preferire il tutto, è necessario però (si disponga o meno di un sapere intero o di integrità morale) godere dei benefici semplici ma radiosi dell’integralità umana.
È all’idea viva e concreta dell’integralità che ho cercato di dare espressione con questi brevi racconti attraverso il ritratto di personaggi dotati di quel coraggio medio e di quella semplice umanità necessari per amare la realtà e trovarvi un posto. Questa idea per me è un’immagine: quella di un vaso che, forse nell’impatto con la realtà, si è frantumato, ma che, con pazienza, avvedutezza, assennatezza, fiuto, tatto e abilità può essere ricomposto.
Le figure a cui mi sono affidato per trovare quella giusta gradazione di fuoco e quella assennata proporzione razionale senza le quali mi sarebbe stato impossibile congegnare i motivi, l’idea generale e la trama de Lo splendore sono stati dotati (lo sono ancora: ormai per sempre) della virtù indispensabile a operare pazientemente sull’anima umana in maniera tale che il complesso immaginale possa ritrovarsi intatto nelle sue funzioni mediate (la ragione e i sentimenti) come nelle immediate (i sensi e l’intelletto): solo quando il complesso immaginale è intatto, infatti, è possibile scivolare, con meno pericoli possibili, nel pensiero abissale, per trovare la verità, per poi (ed è qui che viene il difficile) tornare indietro e riferirla agli altri. Questa virtù nasce dalla coscienza che la vita e il sapere sono la stessa cosa: un atto totalmente individuale e solitario che viene dagli altri ed è compiuto dagli altri.
È questo momento di separatezza e solitudine, vivo nell’altro, che ho cercato di rappresentare in questi racconti: il momento in cui si rinuncia alla propria ingenua purezza (così nel racconto sul partigiano); a quanto si è visto di felice e grandioso su di sé nella giovinezza (così nel racconto su Platone); in cui si rinuncia alla propria pace (così nel racconto su Isidoro); alle proprie convinzioni (così nel racconto su Zae); alla propria esistenza (così nel racconto su Bonhoeffer); alla propria felicità (così nel racconto su Pasolini); alla propria gloria (così nel racconto sul poeta): il momento in cui ci si abbandona, perfetta figura femminile piena di grazia, immagine tremenda dell’armonia e della ragione, alla vita.
Pier Paolo Di Mino
BREVE NOTA SULLE IMMAGINI
Le figure che Pier Paolo Di Mino ha ritratto in Sette racconti (alcune realmente esistite e molto famose; altre immaginarie, ma comunque ideali incarnazioni di precisi percorsi umani) sono legate da un filo rosso: il coraggio. Di ogni personaggio, infatti, viene narrato il momento in cui trova il coraggio di diventare ciò che è: di compiere quello per cui l’esistenza lo ha inesorabilmente chiamato. Ognuno, però, lo fa secondo il proprio carattere.
Riuscire a fissare in una sola immagine il carattere di queste figure è il compito che mi sono ripromessa.
Il carattere è già un’immagine e precede la nascita di una persona. Durante la vita si delinea fino ad arrivare alla sua forma definitiva, che raggiunge nel momento della morte. In realtà, anche dopo la morte, il carattere subisce un’ulteriore evoluzione tramite la memoria dei cari e, nei casi di personaggi famosi, tramite quella collettiva, entrando a far parte di una tradizione: si fissa, così, in una precisa iconografia.
Ma quali sono i caratteri tratteggiati in Sette racconti? E come ho cercato di rappresentarli? Per quelli realmente vissuti esiste già un’immagine conosciuta: foto, ritratti, documenti, iconografie ufficiali di cui ho potuto avvalermi; per gli altri ho dovuto tradurre figure immaginali nel linguaggio dell’immaginario comune.
Per il resto, ecco cosa ho visto in loro.
Isidoro da Siviglia è il vecchio saggio. Alla fine della sua vita accetta il compito di preservare la cultura dallo sfacelo della barbarie. All’azione cialtronesca e volubile dei governanti visigoti oppone la fermezza del pensiero: il lavoro ostinato e paziente sulle parole, delle quali rintraccia l’origine, ha lo scopo di ancorare il pensiero a qualcosa di saldo. Quante immagini, per ogni parola, devono essersi accavallate davanti ai suoi occhi! Ho immaginato, allora, la disciplina e la concentrazione a cui Isidoro si è aggrappato per non perdere la rotta in quel mare di parole e immagini. Ho immaginato, però, anche la sua meraviglia, lo spaesamento.
Pasolini è il poeta visionario che soffre, è il mistico sul quale la verità si abbatte come una sciabolata: ogni volta è una nuova ferita. Per questo ha ricevuto sul volto l’intaglio duro e selvaggio di quei solchi che tutti noi conosciamo molto bene. Ma negli occhi, però, Pasolini conserva la dolcezza di un Cristo buono.
Platone è colui che, fino alla fine (e anche oltre) combatte: si interroga sulla realtà e su come avrebbe dovuto riportarla agli altri. Platone si tormenta ed è il più tragico dei personaggi di Sette racconti. Ma proprio per questo, forse, è il più grande di tutti. È un re, e ho voluto rappresentarlo così, di profilo, come si faceva nelle antiche monete.
Il pastore Bonhoeffer è l’eroe che si immola per salvare gli uomini dalla mostruosità. È un uomo di pace, ma non indietreggia di fronte al male. Il calice è molto amaro e va bevuto fino alla fine. Eppure, la sofferenza non si accanisce sul viso di quest’uomo, non lo deturpa, e il suo sguardo, anche di fronte alla morte, resta limpido e aperto come quello di un bambino.
Fin qui abbiamo parlato dei personaggi noti. Tutti loro sono dotati di un carattere esemplare che li rende luminosi punti di riferimento per gli altri. Ma, come già detto, in Sette racconti incontriamo anche personaggi inventati. Il primo del quale voglio dirvi è il poeta. Un altro poeta, sì. Ma stavolta è un poeta senza nome. Uno che ha fatto della poesia, e quindi dell’avventura (quale avventura più meravigliosa della poesia?), lo scopo di tutta la sua vita. Questo poeta è senza nome, tuttavia all’interno di Sette racconti appare luminoso come i personaggi famosi e, per questo, nel mio discorso lo metto accanto a loro; per questo ho trattato il suo ritratto con lo stesso metodo. La sua vita volge al termine, sì, ma è la vita di un uomo vivo: questo poeta è la speranza.
Gli altri due personaggi inventati che ho ritratto per Sette racconti sono, invece, due uomini mediocri, indeterminati, dubbiosi, spaventati. Tuttavia, anche loro trovano, nella loro parabola, la forza e il coraggio di incarnarsi in un carattere positivo e di essere finalmente sé stessi. Questo, però, avviene grazie all’incontro con una forza grande e meravigliosa: il femminile. L’apparizione abbagliante di una donna opera su di loro un cambiamento irreversibile. In questo caso, quindi, ho scelto di non rappresentare i personaggi, mi sembrava necessario, piuttosto, dare immagine a questa forza: l’aspetto divino che interviene in loro aiuto e li trasforma.
Veronica Leffe
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