
UN POETA, È GIUNTA L'ORA
Un giorno il poeta, quando era bambino, tanti anni prima, uscì di casa, come faceva tutti i pomeriggi. Era estate.
I suoi genitori si erano addormentati davanti al televisore acceso. Stava parlando il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Aveva la faccia rubizza, e dava l’impressione di essere ubriaco, e il poeta pensò che era strano che facessero vedere certe cose in televisione. Nella crisi presente, stava dicendo questo presidente così strano, il governo non è la soluzione al nostro problema, il governo è il problema. Quando era bambino, però, questa frase il poeta non la sentì, non la ascoltò, non ci fece proprio caso. Solo molti anni dopo ne ebbe contezza, e ne capì la nefanda importanza. In giardino faceva molto caldo, e tutto pareva stillare un grasso lucido e nutriente. Non si sentiva nemmeno un rumore. Fece finta di passare sotto le radici aeree di un grosso fico bengalese. Aveva intenzione di giocare a Sandokan. Era il suo gioco preferito. Aveva letto tutti quanti i libri di Salgari, e non saltava mai una puntata del suo sceneggiato televisivo.
Molti anni dopo, ormai era vecchio, durante un’intervista, ripensò a quella frase, a quel presidente tanto rubizzo e ubriaco, e poi a quel pomeriggio estivo passato in giardino a giocare fingendo di essere in India, insieme a Sandokan. All’improvviso, mentre il giornalista gli faceva una domanda, sentì un orologio che, da qualche parte, andava a vuoto rumorosamente. Il poeta disse in modo distratto qualcosa su un urlo: l’urlo nero è immagine di Quasimodo, mentre le stelle silenti sono di Pascoli, e il profumo verde è di Baudelaire. Ma io ho sempre preferito la precisione, l’acribia di Dante nel connettere il suono delle parole con la forma delle cose. La lezione è di Isidoro di Siviglia. Gli facevano male i reni. Spinse la schiena contro la spalliera della poltrona. Si guardò le mani. Tremavano. Questa è la famosa saggezza, pensò. Accettare il disfacimento, il vacillìo della carne, la paura. Poi, si accorse che stava pensando, ma molto lentamente: ho sbagliato tutto. Sentì una stilla di sangue uscirgli dal cuore. Sul tavolino accanto alla poltrona c’era un pacchetto di sigarette e un accendino. Prese una sigaretta. Non si può, disse il giornalista. Era solo un attore travestito da presidente di un paese, un guitto, un istrione, pensò il poeta, il gioco era evidente, la maschera sarebbe dovuta cadere, e la storia, con tutta la sua tragedia, essere alla sua felice risoluzione. Tutto è andato male. Il giornalista, ora, gli stava chiedendo informazioni sul suo metodo di lavoro, sui suoi orari, sulle sue abitudini. L’ossessione americana per la creatività, pensò il poeta, la creatività come meccanismo da riprodurre e automatizzare, queste domande sulle letture, sui modelli letterari, queste domande fanno sembrare che la letteratura sia un mostro che si nutre di stesso, o, peggio, un’attività ludica di assemblaggio utile a lenire le nevrosi nel finesettimana. Queste domande fanno allontanare i lettori: questo è l’unico effetto che ottengono. Non c’è nessuna creatività: c’è tanto studio, ci sono la noia e la fatica e la rinuncia, c’è la fedeltà a una tradizione, un giuramento oscuro alla bellezza. Poi, l’intervistatore gli fece ancora un’altra domanda, il poeta non capì bene, lo stava paragonando a scrittori dai nomi altisonanti, faceva dei confronti, e allora il poeta, con perfidia, per il puro piacere di essere antipatico, alzò la bazza e dichiarò che non ne sapeva niente di questi scrittori, che non li aveva mai letti, che lui non sapeva nulla di storia della letteratura, che un poeta si occupa di api, campi da arare, sentimenti da seminare, pensieri da liberare in aria, si occupa di tutto, come può, al meglio che può, ma mai e poi mai di letteratura, e infine dichiarò che la sua unica vera fonte di ispirazione letteraria era sempre stata solo e soltanto Salgari, e poi cianciò di fantasia, immaginazione, esotismo, avventura, genere letterario basso per esprimere contenuti alti, e poi disse che no, questo non c’entrava niente, che il punto, il punto fondamentale era che tutto veniva da lì, da quando era bambino e giocava a Sandokan, le guerre, disse, le battaglie, gli amori, le lotte simulate fra le canne di bambù fatte con la cartapesta dell’immaginazione, sì, certo, l’immaginazione e il sano mantenimento del fanciullo eterno, ma questo, disse, è un tutt’uno con il bisogno ineludibile di salvare l’isola dagli imperialisti. Questo, disse, ho perso di vista durante la mia brillante carriera letteraria, questo è il motivo del mio fallimento. Salvare l’immaginazione, salvare la giovinezza eterna, rimanere fedeli all’amore, alla poesia, alla bellezza, alla libertà, alla felicità significa, no, di più, è un tutt’uno con la lotta contro l’imperialismo, contro la colonizzazione dell’anima, l’asservimento dell’intelligenza, la degradazione dello spirito in una norma irreale. È un tutt’uno con la lotta contro la contraffazione dell’uomo in merce obsolescente e senza prezzo, in estensione di inutile materia inerte e inanimata.
Quel giorno, tanti, tantissimi anni prima, il poeta, dopo avere fatto finta di passare sotto le radici di un baniano (aveva letto da qualche parte che quell’albero esotico si chiamava anche così), si mise al riparo di un albero del cortile, era un grande tiglio, e cominciò a scavare una buca. Doveva preparare una trincea, o una postazione di avvistamento, o una barricata. Presto sarebbero arrivati gli inglesi. Aveva le mani sporche di resina e terra. Prendeva i grossi lombrichi e li spostava. Il vento gli incollava sulla fronte i capelli sudati, e pensava, ma senza potergli dare un nome, all’amore, a una donna bellissima che avrebbe conosciuto, forse, sul campo di battaglia. Avrebbe capito, poco prima del combattimento, dal suo modo di incedere, che era una dea, una regina invincibile, amabile, protettrice delle strade, senza cintura, dall’aspetto imbattibile, e poi sarebbe seguita la vittoria, e le stelle sarebbero tornate al loro posto, e ogni parola avrebbe significato tutto ciò che può significare, e tutto sarebbe stato eterno. Poi, forse fu il caldo, sentì uno stordimento, una vertigine lenta, un sapore aspro in bocca, che, pensò, era il sapore del tempo, del tempo che passa, del tempo che precipita nell’eternità. Erano pensieri strani, questi, che non erano nemmeno suoi, e chissà da dove venivano, che non capiva, e che gli facevano male, alla pancia, alla testa, dentro gli occhi, forse la mamma aveva ragione a dire che non doveva stare in cortile a quell’ora così calda del pomeriggio, e, allora, fece per alzarsi e tornare a casa, ma poi, però, decise che invece avrebbe continuato a giocare, a scavare la buca, a fingere che il combattimento era ormai prossimo, e la situazione difficile e tesa, ma le possibilità di vittoria ancora tante. Sandokan in persona era stato chiaro su questo punto. La nostra postazione è del resto ottima, gli disse infatti, all’improvviso, mentre gli mostrava l’oceano, che si stendeva sotto il promontorio. Hai fatto bene a rimanere. Forse, certe scelte sono irragionevoli, un colpo di sole potrebbe sempre ucciderti, tua madre potrebbe non avere torto, ma, pensaci bene, quando un uomo usa la ragione come un contabile, dividendo ogni cosa su un registro sotto la categoria del guadagno o sotto quella della perdita, dimostra di essere un tirchio e un vigliacco, e di essere incapace di fare nulla di buono e di umano. Sandokan si sedette accanto a lui. Si carezzò la barba. Il vento si alzò, e il poeta sentì che gli bagnava il viso. Piace anche a te?, gli chiese Sandokan. Il sole e il vento, il sole di una giornata di primavera, il sole su un prato, il sole che rompe i suoi raggi sulle onde dell’oceano. No, fratellino mio, queste sono cose che basta usare la ragione per capire da che parte stare, per lasciare ogni indugio e remora, e disporsi a vivere senza riserve. Non vorresti vivere così? Il poeta annuì, e Sandokan, prima gli sorrise, aveva i denti bianchi e forti, e poi gli disse: e allora devi usare bene la ragione, e cioè non la devi mai e poi mai usare per giustificare il male. Ascolta quello che ti dico. Sentilo dentro. Evita sempre di scegliere il male, anche quando ti dicono che non se ne può fare a meno, o che in fondo è solo il male minore. Non ricordo chi me lo ha insegnato, ma so per certo che chi sceglie il male minore, sceglie comunque il male, e, a quel punto, comincia l’arbitrio e l’abuso costante. I cespugli frusciarono, e il poeta rabbrividì. Calmo, disse Sandokan, sono i ragazzi che si preparano alla battaglia studiando l’eleganza delle pernici. Solo così potremo vincere, perché, seguimi bene pure su questo punto, fratellino, la nostra battaglia consiste nel fare crollare la metafisica, e, con questa, fare decadere tutte le fedi che ne conseguono, con i loro corollari mondani, le opinioni varie e incongrue e le incostanti convinzioni, annullare la posticcia e chimerica differenza fra vita vissuta ed erudizione, fra la scienza e la mistica, fra storia e mito. Dobbiamo fare smettere le persone di darsi tanta pena per nulla. Ho letto una volta un vecchio filosofo tedesco. Scriveva: quanto meno mangi, bevi, compri libri, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo capitale, e tanto più hai; e tanto più hai, tanto più la tua ricchezza ti porta via vita e umanità. Il poeta sollevò la testa verso il cielo. Poi, si guardò attorno. Era tutto silenzioso, e la luce del sole si stendeva sulle cose, rimaneva impigliata fra le foglie dei baniani, chiudeva in un viluppo l’aria polverosa. Non dobbiamo cedere la nostra vita, stava dicendo Sandokan, ossia il complesso della nostra immaginazione, la nostra ragione e i nostri sentimenti, i nostri sensi e il nostro intelletto, non dobbiamo cedere la nostra fantasia a chi la userà contro di noi, per impoverirci materialmente e spiritualmente. Sarà una battaglia ardua, difficile, piena di pericoli, vedrai, una serie di attori con la faccia rubizza ripeterà dai televisori parole sconnesse, incongrue, deliranti e tutti si lasceranno incantare. Sarà una grande allucinazione collettiva. Creeranno una lingua che non fa più male a nessuno, che non dice più niente, con la quale è impossibile pensare, e, se uno non pensa, impara questo, fratellino, non è vivo, perché il pensiero e la vita sono la stessa cosa. Ed è per questo che mi interesso tanto a te. Non giriamoci più attorno. Insomma, ti sto venendo sotto, come è e come non è, con una proposta non da poco. Dico, combattiamo per il popolo, per gli uomini, mettitela tu come ti pare, ma gli uomini o i popoli sono la lingua che parlano, e, insomma, mi serve uno che si metta a fabbricare parole, ma mica qualsiasi, parole che mi riattivino al meglio i sensi e l’intelletto, la ragione e i sentimenti, tutta l’immaginazione, che mi facciano scoppiare le lampadine elettriche e accendere le finestre, parole che, nell’interiorità delle cose, avvicinino ciò che è lontano, e che prolunghino perennemente la continuità del tempo e dello spazio, che sappiano tenere conto di come il tempo passi e diventi presto, troppo presto, eternità, e di come punge sulla lingua la vita, che è così bella e amara, parole, questo ti sto chiedendo, che facciano pensare senza inganno e senza trucco, via questa regola del terzo escluso, via tutte queste categorie e capi di accusa, parole che facciano vivere davvero. Insomma, sarebbe un compito molto importate, ragionaci con calma e, soprattutto, per bene. Devi accettare questa mia proposta solo quando te la sentirai, quando sarai pronto. Senza fretta, dico davvero. Non si ragiona mai con la fretta. Quando avrai preso la tua decisione, sarà segno che è giunta l’ora.
Il poeta s’azzittì. Sorrise all’intervistatore. Poi, si accese la sigaretta, si alzò in piedi, e disse: è giunta l’ora.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

