
UN RAGAZZO ACCOMPAGNA PLATONE A UNA CASA OSPITALE
Un ragazzo gli stava indicando qualcosa, e Platone si rese conto di non ricordare come era finito in quel bosco. Si sentiva pieno di sonno.
La vecchiaia, pensò, è il più penoso dei mali. Confondiamo la veglia con i sogni, i sogni con i ricordi, i ricordi con i progetti. L’accompagno io, gli stava dicendo il ragazzo. Doveva avere appena quattordici anni. Era snello e agile, molto grazioso nelle forme, ma nel suo sorriso, o nei suoi occhi, c’era qualcosa che suscitava sospetto, e forse paura. I vecchi hanno paura dei giovani, pensò Platone, perché sono così vivi, e la vita può fare schiantare facilmente il nostro corpo disseccato e fragile. Vedrà, stava dicendo il ragazzo, è un bel posto. Si troverà bene.
Sa che l’ho riconosciuta subito?, disse il ragazzo, dopo un po’, mentre camminavano per un sentiero sterrato, di sabbia bianca, in mezzo a due file di alberi giovani e delicati. Ho letto tutti i suoi dialoghi. Platone si chiese che alberi fossero. Non si era mai dedicato a uno studio simile. I diversi tipi di vegetali, la famiglia dei minerali, le differenti razze animali, la forma e le composizioni delle nuvole, gli oggetti inventati dall’uomo. Chimere. Solo apparenze mutevoli che si sottraggono a ogni interesse e a ogni possibilità di vera scienza, si disse. Però, in quel momento, gli dispiaceva non sapere il nome di quegli alberi. Non li ho amati tutti allo stesso modo, stava dicendo il ragazzo. Platone si chiese perché era lì, dove stesse andando, chi era il giovane che lo accompagnava, e che dall’aspetto sembrava un pastore, ma affermava di conoscere i suoi dialoghi. L’aria, caldissima, irrespirabile, era tormentata da api e calabroni. E così, chiese Platone, tu sai leggere e scrivere? Il ragazzo rise. Sapere leggere e scrivere, disse, è proprio una cosa da me.
Le api e i calabroni scuotevano le fronde degli alberi. E i nervi, pensò Platone. Si ricordò di quando aveva quattordici anni, allora era lui un giovane dalle forme graziose, e Cratilo, il suo maestro, lo accompagnò ai misteri, parlandogli dei segreti manifesti significati ma non detti da Eraclito. Poi, si disse Platone, abbandonai Cratilo per Socrate. Lei invece, stava dicendo il ragazzo, afferma di non amare la scrittura. Non ricordo più in quale dialogo. Peccato, non lo ricordo proprio. Ma, al dunque, ecco, c’è un dialogo in cui lei dice, tutto al contrario, che l’anima è un libro scritto. È così che la penso, disse Platone. Ma, vedi, caro, se uno volesse cercare, non dico di penetrare, ma anche solo di indovinare quale sia il mio reale pensiero sulle cose, sbaglierebbe a cercarlo nei miei scritti. Non affiderei mai a un lacerto di pelle animale qualcosa di così vitale e importante come la mia intima vissutezza. Astuto, disse il ragazzo. Ma allora poteva fare di meglio. Certe cose, in verità, si indovinano, capiscono, penetrano alla perfezione. Lei dice che la poesia e l’arte sono cose sbagliate, copie di copie, e afferma che andrebbero aboliti i miti, le favole, i racconti fittizi e bisognerebbe procedere verso la realtà solo discriminando con la dialettica, ma, poi, voglio dirlo, lei si mostra, ed è davvero il più grande dei poeti, e non fa nulla per nasconderlo, ben curati sono i riccioli delle sue parole, e inventa miti e favole meravigliose, ed è grande tragico e grande comico, forse più grande comico che grande tragico, e anche la sua dialettica, sa?, ha di bello e avvincente che altro non è che questo infinito e incerto chiacchiericcio fra amici arsi da non so quale spirito, stancati nella carne dal vino, che attendono, allumacando le ore, il giorno della catastrofe, e discettano, si contraddicono, inventano questo mondo delle idee, a volte paiono avere consistenza reale, altre volte, invece, le idee sono solo concetti, non sanno decidersi questi amici, non sanno decidersi mai su nulla, bevono e parlano, a un certo punto se la prendono con la vita e con il corpo, e sembrano istigare gli altri al suicidio, poi, però, si pentono, e avvertono gli altri che la vita è bella, qualcuno si perita di destituire dal suo trono l’essere e improvvisa che sopra a tutto c’è il bene, e in nome di questo bene, siamo alla fine della serata, sa, io vedo i suoi dialoghi come una sola narrazione che l’autore non ha avuto tempo di mettere in ordine, e, verso la fine del racconto, si sente odore di tramonto, sono tutti ubriachi, e, come fanno gli ubriachi quando diventano lamentosi, sognano insieme un mondo migliore, retto da uno Stato perfetto, dove non c’è ingiustizia ma solo sapere. Quello Stato a loro pare bello, ma le assicuro che è un orrore. Sei un insolente, disse Platone. E sappi che se mi stai accusando di incoerenza, va bene, lo ammetto, ma prendi per certo questo, che un uomo può essere coerente soltanto davanti alla verità (Platone pensò a Cratilo) ma quando deve convincere gli altri uomini di questa (Platone pensò a Socrate) tutto è consentito. Lei, disse il ragazzo, è proprio un grande sofista.
Platone provò una lentissima liquida lutulenta pace. Era strano, perché si sarebbe dovuto offendere, e arrabbiare. E anche molto. Avrebbe dovuto protestare. Aveva combattuto tutta la vita contro i sofisti, contro l’idea che una norma logica e quindi convenzionale si potesse sostituire alla realtà, che la scienza potesse fare a meno della verità e fosse appannaggio dell’opinione incostante e corrotta e interessata di alcuni ai danni di molti, che la giustizia potesse essere espulsa dalle leggi, e che valori chimerici, il denaro e il lavoro, potessero sopprimere il bene e il bello. Le api e i calabroni stavano smorzando il loro impeto, e si sentiva ora il canto stanco e triste delle cicale, e il caldo avvolgeva ogni cosa con la sua patina di oro bianco. Io, stava dicendo il ragazzo, spesso ho fantasticato su come avrei uniformato i suoi dialoghi. Ne avrei fatto un unico racconto stupefacente. Avrei iniziato con la descrizione di lei che viene portato dal suo maestro, Cratilo, all’iniziazione. Poi, avrei fatto entrare in scena Socrate. Lei rimane abbagliato da questa figura di uomo mai vista prima, e si converte ai suoi modi: rinuncia alla poesia e alla verità in sé. Seguono i dialoghi così come li ha scritti, fino ad arrivare a quello che parla della repubblica perfetta e, infine, a quello sulle leggi. Il libro delle leggi, però, lo avrei interrotto a metà, e, dopo una pausa, uno iato in cui si vede di nuovo l’abisso della sua iniziazione giovanile, le avrei fatto prendere la parola in prima persona, e le avrei fatto pronunciare dei pensieri circa le leggi e i mali che dovrebbero riparare. Non esistono leggi sufficienti a punire ed eliminare tutti i mali di cui sono capaci gli uomini, le avrei fatto pensare, come personaggio, in questo ultimo dialogo. Quando respiriamo uccidiamo germi. Basta respirare per diventare assassini. Vivere è peccare, e, quindi, l’unico modo per non peccare più è eliminare le leggi che sanciscono che la vita è un peccato. Gli uomini, avrei poi fatto pensare al suo personaggio, senza leggi, troppo male non si possono fare, perché non ci sono due uomini al mondo che hanno la stessa opinione e lo stesso gusto, e i motivi di conflitto non sono poi così tanti, se evitiamo di elevare a sistema i pensieri astratti, le opinioni e i sentimenti morali. In fondo, avrebbe pensato, il male peggiore dell’uomo è la sua stupidità, e la sua stupidità è la tracotanza, ossia il modo miserrimo in cui usa la ragione per continuare a essere egoista. Nemmeno l’egoismo sarebbe un male, se l’uomo non fosse così maldestramente razionale, così tracotante, così stupido, da non capire che il modo migliore di soddisfare sé stesso è unirsi agli altri e soddisfarsi con loro. Non c’è nemmeno bisogno di chiamarlo comunismo tutto questo, perché, in realtà, basta chiamarlo vita.
È una bella idea, disse Platone. Davvero. Ne verrebbe fuori un bel racconto, ma temo che ormai per me sia troppo tardi. Il suono delle api e dei calabroni si distendeva ora continuo nell’aria. Scintillava. È la voce della dea, gli spiegò quel giorno Cratilo, portandolo all’iniziazione. La voce si spande nei boschi e nelle valli, sulle onde dei mari e sui picchi montani, per le vie delle città, nelle piazze e sui tetti dei palazzi: il piacere si allaccia alla paura, e questa è la vita pura e indistruttibile. Era questo, pensò Platone, che, nella mia stoltezza giovanile, mi ero ripromesso di fare: vivere la vita che è così forte e amara, carica di piacere e paura, che rende folli, capricciosi e impudicamente innamorati: aiutare gli altri a fare altrettanto. Ma penso di avere fallito. Sono secoli, sono millenni che non facciamo altro che fallire ogni giorno di più. Guardò il ragazzo, e si chiese se a vedere il dio amico degli uomini e degli dèi, pastore dei morti, in guisa di giovane delicato fosse lui o se il dio avesse davvero questo aspetto. Si fermarono davanti alla porta di una casa. Il dio prese dal borsello una chiave di argento, e la inserì nella serratura della porta. L’aprì. Magari, disse poi, invece c’è ancora tempo per lei. Magari funziona proprio come in quel suo racconto bellissimo, in cui si dice che, una volta morti, stanchi della vita che si è fatti, nell’Ade si può scegliere cosa di meglio e di più si possa fare in una nuova vita. Può darsi abbia avuto ragione a scrivere che funziona così, disse Platone al dio eloquente, abile e industre, sempre pronto al furto, incapace del male. Forse, una volta tanto, ho avuto ragione. Entrarono nella casa, e il suono delle api e dei calabroni infine cessò.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

