
UNA GIORNATA DI SOLE
All’improvviso, fuori della cella, lungo il corridoio, sentì i passi disordinati dei soldati. Bonhoeffer pensò che quel rumore gli ricordava grani di zucchero, formiche o mosche schiacciate da stivali.
Le guardie sono molto agitate, sono impaurite, pensò. Sanno che ormai è tutto finito, ma prima di scappare ci uccideranno. Temo sia così, disse Tommaso d’Aquino. Per questo dobbiamo sbrigarci.
Al pastore Bonhoeffer non era mai piaciuto pensare in fretta. Porta all’approssimazione, diceva sempre, e quindi ai massimi sistemi, all’astrazione. Ma san Tommaso insisteva: abbiamo davvero poco tempo. A Bonhoeffer non era mai piaciuto nemmeno agire senza pensare, o, peggio ancora, pensare senza agire, e, da tempo ormai, si era convinto che, se san Girolamo aveva sbagliato a tradurre logos con “verbo”, e Goethe aveva sbagliato traducendolo con “azione” (ecco una cattiva traduzione prestata alla borghesia mercantile e, infine, ai nazisti), l’unica soluzione era introiettare la parola greca nel suo significato e suono originario: il pensiero come vissutezza. Il pensiero è vissutezza, si disse Bonhoeffer, ossia intensità. E l’intensità richiede sopportazione, pazienza, tempi lenti di assorbimento, il sereno dispiego di una buona capacità retorica e poetica. In realtà, fra tutte le forme di conoscenza la migliore è quella che troviamo nella letteratura. La filosofia, la scienza, la teologia si trasformano troppo facilmente in dogma. Invece un romanzo, un voluminoso peccaminoso romanzo pieno di digressioni offre il metodo e i tempi giusti per pensare in maniera appropriata.
Ora stavano urlando ordini da un altoparlante, che però gracchiava, fischiava, sibilava, e non si capivano le parole. I soldati in corridoio stavano parlando a voce bassa. Sembrava che piangessero.
Mettiamo un punto a questa storia, disse san Tommaso, alzando la voce. Se il sentimento che ora ti domina è la paura della morte, non ti dovrei ricordare io che di questa paura ti sei fatto carico nel giorno stesso in cui hai preso i voti. No, disse Bonhoeffer, morire non è un problema. San Tommaso lo fissò negli occhi per qualche secondo, gli sorrise, e disse: allora forse rimane un’ultima remora, che sciolgo subito: non hai peccato né davanti agli uomini né davanti a Dio. Torna alla nostra dottrina: per un cristiano combattere un tiranno non è qualcosa che si può o non si può fare. È qualcosa che si deve assolutamente fare. Il mondo, infatti, rispecchia un ordine razionale immacolato, che è l’ordine e la ragione stessa di Dio, mentre il tiranno rappresenta soltanto il proprio capriccio, e la sua superbia è motivo di disordine e irrazionalità. Il tiranno segue le proprie corrotte volizioni, sempre contrarie alla volontà di Dio. È compito dunque del cristiano combatterlo.
C’era di nuovo silenzio. Nella cella si stava diffondendo una chiarità calma e lenta. Riposante, pensò il pastore Bonhoeffer. Pensò al vento che gualciva gli alberi, alle onde del mare sollevate dal vento, al sole che si allargava su una strada attraversata da persone che andavano al lavoro. Pensò che tutto avrebbe potuto immaginare, quando era giovane, meno che sarebbe finito in una cella, in attesa di essere impiccato o fucilato, per avere cercato di attentare alla vita di un dittatore. Era sicuro che avrebbe dedicato la sua vita agli studi, alla meditazione, alla preghiera, a sua moglie, ai suoi figli, ai fedeli, che il mercoledì sarebbe andato al cinema, che la domenica, dopo la messa, avrebbe portato la famiglia in gita, che la sua vita sarebbe stata una continua coerente coesa intensa esplorazione della semplicità piena di grazia della vita umana. Pensò a un giorno, di tanti anni prima, trascorso a prendere il sole su una spiaggia. Era in Sicilia. Quel giorno fu fondamentale, perché a un certo punto ebbe un’illuminazione lineare e piana: il sole è più importante di Dio.
Poi, Bonhoeffer pensò a un altro viaggio, sempre di tanti anni prima. Il suo viaggio in America. Era stato doloroso. Aveva visitato certi quartieri. I ghetti, si disse, dove gli americani rinchiudono le persone di origine africana. Aveva visto tutto quel dolore e quella umiliazione. Dalla feritoia entrò un grumo di aria calda, sembrava quasi di poterla masticare. Era dolce come il sangue. Durante quel viaggio aveva incontrato un giovane prete presbiteriano, che gli aveva detto di volere diventare un santo. Parlando con quel ragazzo aveva capito che lui, invece, non avrebbe mai voluto essere un santo, ma non avrebbe saputo dire perché. Non avevo toccato, si disse, il punto essenziale, terribile, della questione, ossia che esiste un profondo legame fra il bisogno di santità che hanno alcuni, o di sanità, di pulizia, di perfezione, o di normalità, e i ghetti, i campi di concentramento, lo sfruttamento continuato che viene praticato nella nostra società per renderla più perfetta, normale, santa possibile.
Più ci penso, disse Bonhoeffer a san Tommaso, e più ritengo che l’idea di partecipare a una congiura contro Hitler fosse, dal punto di vista pragmatico, politico, un’ottima idea. Non ci proponevamo molto. Interrompere il processo del male, destabilizzare la nazione, istigare la popolazione alla ribellione. Purtroppo è andata male. Però, no, io non parlerei di dovere cristiano. Io non tirerei fuori grandi teorie, e non farei appello alla ragione. Il mio più grande sogno, anzi, è che si finisse una volta per tutte di fare appello alla ragione in maniera indebita, che si smettesse di usare la ragione, una delle più umili e belle fra quelle facoltà immaginative che Dio ha avuto la bontà di concederci, solo per giustificare i propri desideri. Questo fa il tiranno: giustificare i propri capricci elevandoli a sistema, dandogli forma retorica di metafisica, astraendoli in fedi, opinioni, convinzioni, ideologie; e questo è quanto fa anche chi vuole imporre al mondo, a maggiore gloria di Dio, un grande ordine razionale.
Bonhoeffer si accorse che i suoi piedi erano toccati da una lama di luce. Entrava dalla feritoia. Il sole stava tramontando. Si chiese se san Tommaso si sentisse offeso, o fosse arrabbiato con lui. Gli sarebbe dispiaciuto fosse così, in fondo era stato così premuroso, così gentile a venire per confortarlo e fargli coraggio, ma, del resto, c’era anche da dire che se lo stava solo immaginando, che san Tommaso non era davvero con lui dentro la cella. Coleridge, disse Bonhoeffer, afferma che si può essere solo platonici o aristotelici, con il che intendeva forse dire che si può essere solo realisti o nominalisti. Però si sbaglia. È un errore della modernità essere costretti a scegliere fra la convinzione che la ragione coincida con la verità oppure che la verità non esista e che al suo posto si debbano usare norme convenzionali, logiche, per sostituire la realtà. È stato l’errore fatale del cristianesimo, il suo imperdonabile peccato contro lo spirito, sposare questa fantasticheria razionalista e offrire gli strumenti della scolastica a borghesi e mercanti per ridurre la viva realtà materiale a una allucinatoria astrazione finanziaria. La storia, da quel momento in poi, si è fatta breve. Lutero, Cartesio, Hegel, e poi a un certo punto non è stato più necessario nemmeno il dispiego di tanta intelligenza, è bastato qualche giornalista e qualche artista di caffè notturno a convincere tutti che l’essere e il pensiero non coincidono, che anzi l’essere non c’è, e che pensare fa venire l’ansia, ed eccoci a questo uomo nuovo: i nazisti, questa accolita di ebefrenici, di isterici, di ignoranti, di incompetenti, di insipienti, di strutturalmente incapaci di umanità, di dissidenti dalla vita, di impauriti davanti alla vita, di gente ridotta a involucri umanoidi e risorse umane. Amano molto, loro, parlare di risorse umane. Sono esseri conformi a modelli vuoti. Penso alle teorie di Höhn. Qualcuno, tanti anni prima, non ricordava più chi, gli aveva detto: se vuoi capire il nazismo, leggi gli scritti di Höhn. Bonhoeffer lo aveva fatto in maniera diligente, con acribia (il buon Dio non ci ha fatto mancare il vizio della pignoleria). Aveva letto ogni articolo che era riuscito a procurarsi, aveva vinto la ripugnanza per quello stile secco, piatto, pomposamente semplificatore, per l’affettata solennità con cui, in quei brevi saggi, la vastità della realtà era sistematicamente ridotta a un’asserzione inessenziale e, infine, a un fervorino morale di carattere economicista. Le parole erano di repertorio, desunte dai manuali di gestione aziendale di fine Ottocento: produttività, cogestionalità, materiale umano, risorse umane; essere proattivi, redditizi, efficienti; affermazione nell’universo concorrenziale, inserimento nel mercato del lavoro, trionfo nella lotta per la vita; trionfo del bene comune o globale, flessibilità, collaborazione, autonomia. Höhn aveva teorizzato la sostituzione dello Stato e della sua amministrazione con un sistema policratico competitivo, ovvero con un sistema di agenzie indipendenti e in lotta fra di loro, in cui i lavoratori sono tenuti a sentirsi collaboratori e sono chiamati a raggiungere in piena autonomia obiettivi di cui non conoscono l’entità, il fine, l’utilità, il senso. I lavoratori non sono più una classe sociale. Non servono più sindacati. Non sono più lavoratori, non devono più capire cosa fanno. Devono essere soltanto liberi di eseguire, al meglio, cercando di raggiungere la meta, oppure morire: liberi di patire i tormenti dell’alienazione mentale o di morire.
Bonhoeffer si accorse che san Tommaso sembrava agitato, o impaziente. Ma forse era solo triste. Gli sorrise. Sai, disse, il fatto è che ci siamo costretti a credere di potere essere solo realisti o solo nominalisti, ed è proprio questo che ci ha portati fino al nazismo. Hitler non conta. Hitler è sostituibile. Non è importante. Se un capo è colui che deve possedere una dote in più per guidare gli altri, allora diciamo che in un popolo di guerrieri il capo sarà certamente un guerriero molto abile, giusto?, e, invece, in un popolo di uomini saggi il capo sarà il più saggio: ma in un popolo di uomini mediocri il capo è solo la quintessenza della mediocrità. Questo è Hitler: l’ipostasi della mediocrità. E la mediocrità è un’ideologia che deriva direttamente dalla fantasticheria che la verità sia solo una proposizione logica formalmente ineccepibile, normalizzata, modesta, mediocre, o, meglio, che tutta la nostra vita sia riducibile a questa proposizione insapore senza dovere nemmeno scomodare la verità. Questa mediocrità è un’ideologia, e questa ideologia è una retorica, una lingua, quella parlata e scritta dai direttori aziendali, dagli strateghi della finanza, dai direttori del personale, dagli addetti alla comunicazione, dai compilatori di normari medici, dai passacarte della scienza e delle corti di giustizia, dagli specialisti della logistica pianificata: è la lingua scritta e parlata dai vari Goebbels e dai vari Höhn.
Il sole ora era tramontato. Gli Höhn e i Goebbels, pensò Bonhoeffer, sono uomini privi di vissutezza, chiusi nell’ignoranza delle cose. Nichilisti. Dietro un nichilista, si disse, normalmente c’è solo un modesto Ponzio Pilato. Cos’è la verità? Qualcosa che non mi posso permettere, perché devo fare carriera, perché devo andare avanti, perché tengo famiglia. Gli Höhn e i Goebbels sono il contrario di un cristiano. Un cristiano ha vissutezza di tutto, è vivo, e tutti i suoi sensi, carnali come spirituali, sono sempre tesi e vibranti verso ciò che è bello.
Faceva caldo. Anche se era tramontato, faceva caldo. Era una bella sensazione. San Tommaso stava annuendo. Sì, diceva, un cristiano è così.
Certo che lo è, disse Bonhoeffer. Gesù cercava i suoi discepoli fra le persone irredimibili, le più sorde a qualsiasi idea di redenzione sociale ma pronte a diventare adulte, libere dalle infantili pretese di benevolenza da parte di un chimerico ordine spirituale superiore. Sulla croce ha affermato la propria distanza dal padre, e, guardando chi lo uccideva, il popolo, ha diagnosticato di quale male soffriva: non sapete ciò che fate; siete solo bambini innocenti. Solo chi si sente innocente, può fare il male credendosi nel giusto. Questo sono i nazisti, uomini che non riescono a diventare adulti: e da qui viene la loro furia isterica, la loro ebefrenia e ignoranza. Non sanno ciò che fanno. Sanno di dovere partecipare a un bene collettivo, di dovere lavorare diligentemente in ambienti bianchi e puliti, di dovere sentire il luogo del lavoro come una casa e vedere nel padrone il buon padre che li ricompenserà con encomi espressi per mezzo di punteggi, di avanzamenti di carriera, di buone parole e di carezze, ricavandone il premio di una vacanza, o di un fine settimana rilassante e ricostituente. Per ricompense come queste il popolo tedesco, i nazisti, hanno rinunciato a essere uomini, e hanno dato avvio allo sterminio. Capisci?, chiese a san Tommaso. Ma la verità è che non siamo costretti a essere nominalisti, e nemmeno realisti: possiamo, anzi, abbandonarci alla realtà, e seguire il movimento posidonico di flusso e riflusso fra il polo del nulla e quello del tutto, e vedere come tutto sia distruzione e creazione, come tutto, così, si conservi nella perennità. Non è questa la Trinità che conosciamo nei sensi e nell’intelletto, e comprendiamo nella ragione e nei sentimenti? Non è questa la vita che ci è stata promessa, che tumultua eterna, che in ogni istante si crea e muore, e ci lascia storditi nel terrore come nel piacere: nell’estasi quotidiana?
Il pastore Bonhoeffer si accorse che gli mancava il fiato. Aveva parlato con trasporto, troppo trasporto, ed enfasi, e veemenza, questo non era da lui, e un po’ si vergognò, ma poi si disse: non importa. Ormai era notte. Chissà da quanto. Deve essere parecchio che sto parlando (si fa per dire) con san Tommaso, e non mi sono reso conto del tempo che passava. Nell’aria si sentivano i pollini pulsare. Fuori era tutto buio. Un buio, immaginò Bonhoeffer, leggero e caldo. La notte, pensò, specie in primavera, ha la carne tremula. Perché fa l’amore con il sole. I greci dicevano questo, che il sole è felice solo quando tramonta, perché solo in quel momento diventa un re. Lo diventa perché finalmente fa l’amore con la luna. Chiuse gli occhi, e respirò profondamente.
Basta, si disse Bonhoeffer, ora voglio pensare solo a qualcosa di bello, assolutamente bello. E a cosa vorresti pensare?, gli chiese san Tommaso. Vorrei pensare al sole, rispose Bonhoeffer. Non al sole che pensi tu, quello spirituale. Vorrei pensare al sole di una giornata di primavera, al sole su un prato, o forse al sole che rompe i suoi raggi sulle onde del mar Mediterraneo. Ecco, ora mi piacerebbe essere sdraiato su una spiaggia siciliana. Il sole è molto forte, ma il vento cattura i raggi e li fa brillare sulla pelle del viso in maniera meravigliosa. Hitler è morto, e il nazismo è caduto, e io mi godo il sole. Io mi godo tanto, tantissimo il sole su quella spiaggia. In fondo la vita è questo: godersi il sole, e l’aria, e l’acqua, e le stelle, essere felice e orgoglioso di tutto questo. Non vorrei altro. Non si può volere qualcosa di più di una giornata di sole.
Mi pare giusto, disse san Tommaso. La luce del giorno che nasceva stava cominciando a forzare il buio della cella. Scintillava, e san Tommaso mormorò: andiamo. Ora ci facciamo una bella passeggiata. Pare che oggi sarà una giornata splendida.
Quel giorno era il nove aprile del 1945, e Dietrich Bonhoeffer, pastore della Chiesa Confessante, rappresentante della resistenza evangelica al nazismo, arrestato dalla Gestapo due anni prima a causa della sua partecipazione a una congiura per assassinare Hitler, fu impiccato per ordine diretto del Führer. La guerra sarebbe finita pochi giorni dopo con la disfatta della Germania e con la caduta del regime nazista.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

