
UN GIORNO A SABAUDIA
Finite le riprese, si fermarono a un chiosco davanti alla spiaggia. Si sedettero a un tavolo. Tirava molto vento, e faceva freddo, ma l’operatore aveva fame. Il padrone del chiosco, un uomo alto e ossuto, servì il pranzo.
L’operatore aveva ordinato una quantità enorme di cibo e una piccola caraffa di vino rosso. Si accese una sigaretta, e cominciò a mangiare. Era metodico e smodato nello stesso tempo. Ingurgitava un boccone, lo mandava giù con un sorso di vino, dava un tiro alla sigaretta. Sembrava felice. Felice di saziarsi, pensò Pasolini. Cercò di immaginarsi come doveva essere stato da bambino o da ragazzo. Ora era un uomo sulla quarantina, pesante, un po’ stanco. Il giornalista, invece, aveva ordinato solo un piccolo piatto di frittura. Senza niente da bere. Non fumava. Doveva avere poco più di trenta anni. Aveva i capelli lunghi. Anche il suo viso era lungo. La fisionomia sfuggente. È brutto, pensò Pasolini, che, poi, guardò la propria porzione di tavolo, era vuota, e si pentì di non avere preso nulla (a pranzo preferiva mangiare a casa) e si dispiacque di non fumare e bere. Era solo un capriccio infantile, ma, sì, ecco, gli stava dispiacendo di somigliare al giornalista e non all’operatore. All’improvviso si alzò il vento, e il cielo si sbarazzò delle nuvole.
È che voi poeti, stava dicendo il giornalista, siete astratti, e, se mi permetti, Paolo, il paragone fra il nazismo e il capitalismo è tirato per i capelli, e questo nuoce alla causa comunista, lasciamelo dire. Non è che puoi davvero dire alla gente che la società del benessere è autoritaria. Che gli dici?, che i poteri forti ti obbligano a stare bene? Non funziona. Nessuno ti costringe a marciare. Non vedo in giro crimini di guerra, torturatori, e polizia politica. Propongo queste criticità perché sono convinto che questo sia l’unico modo praticabile per concepire una piattaforma programmatica che sappia rilanciare l’idea di comunismo e di marxismo in seno all’occidente democratico. E, fammi dire anche questo, c’è qualcosa, non mi è chiaro, bada, ma sospetto ci sia un pensiero nascosto, inconfessato, nel tuo discorso, forse mi sbaglio, ma io sento una superstizione di stampo heideggeriano in quello che dici. Mi spiego: la società dei consumi, il benessere, sono comunque il frutto positivo del pensiero scientifico, e non è molto laico, o molto marxista, criticare la scienza.
Pasolini si chiese se dovesse davvero rispondergli, pensò che assolutamente non doveva rispondergli, ma alla fine disse: temo lei faccia molte confusioni. E che sia lei a essere molto astratto. Non so da dove partire. Prendo la sua ultima frase. Non capisco da cosa desuma che io sia contro la scienza, ma capisco che lei la confonde con la tecnologia. Quando parla di benessere, intende il godimento di beni materiali, beni materiali che dice essere prodotti dalla scienza. Manca qualche passaggio. Questi beni, in realtà, sono prodotti della tecnologia, o, se vogliamo esprimerci così, della scienza applicata, la quale certamente non esisterebbe senza la scienza in sé, dico senza il sapere, ossia senza quella visione ampia della realtà, basata sull’osservazione dei fenomeni e sull’intuizione degli enti, sulla formulazione di ipotesi e teorie verificate sensibilmente e sperimentate in una maniera razionalmente organizzata, arricchita nel tempo grazie al dialogo reso possibile dalla condivisione dei saperi, almeno a partire dall’illuminismo, almeno in teoria, certo, certo, perché basta leggere Newton, osservare la sua ostinazione a usare il linguaggio criptico di quell’alchimia di cui era fervente adepto, rinnovato cartesianamente con un vocabolario analitico e matematico, quella sua astrazione metafisica che, per darci conto del perché della caduta di una mela, ci fa perdere la mela nella sua oggettività concreta; basta leggere Newton, dunque, per capire che siamo lontani dall’illuminismo e dalla sua premessa, che è la grazia della chiarità di Galileo, la ricchezza sensoria di Telesio e Bruno, la scienza di Telesio, che abolisce la metafisica, ed è umile ed entusiasmante studio degli osservabili. Oggi siamo lontani, lontanissimi dalla scienza, stiamo ricadendo sempre di più nella mentalità scolastica, con tanto di culto dell’autorità. In realtà, oggi è peggio di allora, perché, se la scolastica imponeva l’insensata fantasticheria di fare coincidere una proposizione logica con la verità e obbligava a credere che, per raggiungere la verità, bastava che la proposizione fosse formalmente corretta secondo le istruzioni di Aristotele, oggi elidiamo la verità dal nostro orizzonte, ci interessa solo che la formulazione logica sia esatta in sé. E l’autorità a cui ubbidire ciecamente non è più nemmeno Aristotele, che, almeno, era una figura umana. Lei si rende conto che se oggi possiamo godere l’usufrutto di beni inestimabili, che, se possediamo vaccini che ci salvano dalle pestilenze e medicinali che curano ogni male, lo dobbiamo alla caduta di qualsiasi principio di autorità e alla riscoperta di Ficino, Pico e Cusano, che la verità è certa ma non data, e che la vita dell’uomo è un tutt’uno con la continua ricerca sperimentale di questa verità? Ma oggi siamo tornati indietro. Siamo perfino più astratti nel nostro dogmatismo servile. Un uomo del medioevo poteva sognare ancora che a guidare la sua vita fosse un uomo, magari saggio e buono. Non noi. Noi stiamo imparando a fidare in una serie di dèi senza nome e senza volto, come Ade: il progresso, il benessere, la scienza. In realtà ci affidiamo a nomi vuoti, che non si riferiscono più a ciò che indicavano. Parole prive di verità, lontane dalla realtà, disutili per l’uomo, utili solo per la produzione di merci. Scendendo su un piano più pratico, le faccio notare che queste merci, infatti, sono nella loro quasi totalità molto dannose per la realtà. Mi pare molto concreto osservare che questo pianeta è sul punto di esplodere, sta diventando, ogni giorno di più, congestionato, inquinato, ingestibile. Ci potremmo anche accontentare con Socrate di possedere, accanto a una scienza applicata, diciamo una scienza del saper fare, una scienza del sapere usare che ci permetta di dire, sì, abbiamo inventato questo oggetto ma non è utile, è dannoso, va usato così e non così, ma il problema è più profondo, caro, è molto più grave. Dobbiamo recuperare una scienza che non sia solo un nome astratto. Ci serve una scienza piena della realtà, umana e umanistica, altrimenti moriremo soffocati in mezzo a una congerie di oggetti incomprensibili, una discarica immensa di merci, non più uomini, ma merci fra le merci.
Il giornalista e l’operatore si stavano guardando. Il giornalista sorrideva. L’operatore continuava a mangiare e fumare. Pasolini si chiese cosa stessero pensando. Forse, anzi, sicuramente, l’operatore non stava pensando nulla in particolare, si stava annoiando, che caterva di parole questo, si era detto tutto il tempo, non aveva pensato nulla in particolare, stava solo finendo di saziarsi e non vedeva l’ora di staccare dal lavoro e tornare a casa. Il giornalista, invece, pensò Pasolini, ha goduto tutto il tempo della sua convinzione, non infondata, affatto, che l’operatore, se proprio dovesse decidere chi ha ragione in questa discussione, non la darebbe a me. Il giornalista conosce perfettamente l’animo del suo sottoposto, lui conosce il paese profondo, per esprimersi come queste persone, perché lui appartiene a quella illuminata classe sociale che, con benevolenza e bonarietà, può guidare gli inferiori. Sì, gli inferiori: si sente superiore, per la sua laurea, per le sue letture, la lettura dei giornali, quella dei libri (deve possedere molti libri di avanguardia nella sua biblioteca), per la sua casa borghese, per le sue aderenze, per le mostre e per i viaggi all’estero, per i pensieri liberali e trasgressivi di cui si è nutrito.
Pasolini ficcò gli occhi nel volto sfuggente del giornalista, e pensò: l’uomo medio è un mostro. Il vento fece volare un mucchio di fazzoletti di carta. Pasolini rabbrividì.
E allora, stava dicendo ora il giornalista, questi operai, perché no?, facciamoli andare in fabbrica a dorso di asino.
Ma guardi, disse Pasolini, io non solo non ho detto nulla del genere, ma non l’ho nemmeno mai pensato. Non sto parlando di ritorno ai campi, di vita bucolica, o dei sani valori di una volta, le sto dicendo qualcosa di molto più preciso: le sto dicendo che la scienza è oggi ridotta a un formalismo logico privo di attinenza con la realtà al punto tale che lei la può confondere con la produzione di merci, merci in larghissima parte inutili e dannose, e, inoltre, le sto dicendo che l’uomo sta riducendo se stesso dentro l’orizzonte di queste merci, e sta diventando esso stesso una merce, tra l’altro più inutile e dannosa delle altre. Ecco, l’uomo diventerà solo una merce immateriale, e infatti già oggi si sta riducendo a un formalismo logico conforme a norma merceologica. Ma vado avanti. Con Kelsen la giustizia viene espunta dalle leggi. Le leggi devono solo essere corrette. E non abbiamo più la giustizia. La politica, che è condivisione e partecipazione, ossia libertà, retrocede davanti alle leggi astratte della finanza. E così anche ogni libertà tramonta. E, detto questo, possiamo anche tornare al mio scomposto e poco educato paragone fra il nazismo e il nuovo capitalismo. Cosa crede che fu il nazismo? Basta fare lo sforzo di leggere qualcosina in più del manuale scolastico di storia, mettere da parte il libro alla moda scritto senza punteggiatura, e penetrare i fatti, e non è difficile saperlo. Il nazismo fu un’idea che si tradusse in regime, e che si impiantò in uno Stato per distruggerlo, per distruggerne le leggi, la cultura, lo spirito. Il nazismo fu prima di tutto anarchia. Quando il potere è rivolto contro l’uomo è sempre anarchico, caotico, ispirato a un idolatrico culto della vanità e della dissoluzione, praticato sovvertendo il sentimento dell’umanità e le strutture statuali, scambiando di posto nell’ordine naturale della vita umana gli strumenti di cui si dota normalmente una civiltà per sussistere.
Una immensa nuvolaglia nera si era distesa nel cielo. Stava facendo molto freddo. Mette a piovere, disse l’operatore. Ad ogni modo questa è la tua opinione, stava dicendo il giornalista, e quello che non mi torna è che, contrariamente a quanto accadeva sotto il nazismo, nessuno ti sta impedendo di esprimerla. L’operatore raccolse le cartacce, e le buttò in un secchio. Negli ultimi giorni, pensò Pasolini, chi rimarrà ancora umano, per non soccombere alla disperazione, alla miseria morale, alla bestialità, non potrà fare altro che guadare gli altri, il proprio vicino di casa, l’amico e il fratello mentre eseguono ciecamente, in maniera incosciente, il male, come a un accidente meccanico, dal quale sperare di salvarsi, e che, forse, si consumerà e si distruggerà da solo, così che poi la vita, finito l’orrore, riprenda. Piove davvero, disse il giornalista. Si alzarono tutti in piedi, e corsero via.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

