
UNA GRANDE FELICITÀ
Stava sognando. Nel sogno era di pubblico dominio che la gloria, le imprese di ogni tipo, le buone intenzioni come le cattive, tutto, tutto era ugualmente motivo di dolore. Ora, però, si preparava una grande felicità.
Aprì gli occhi. Mi sono addormentato, pensò. La ragazza era lì, fra le sue gambe. Non se l’era immaginata. Pensò che era giovane, che lui era vecchio, che essere vecchio gli faceva schifo, che gli faceva schifo il suo corpo da vecchio, e anche la sua mente da vecchio. Soprattutto quella.
Ben tornato fra noi, gli disse la ragazza. Pensavo che fossi in coma etilico. No, disse l’uomo, non mi sono impegnato abbastanza. Cercò di ricordare dove si trovava, e come ci era finito, e per quale motivo. Il motivo è facile, pensò. Bevo troppo, e faccio grandi casini. Pensò al matrimonio di sua figlia. Si era sbronzato così tanto che lo avevano dovuto portare in ospedale. Aveva rovinato il giorno più bello della donna che amava di più al mondo. Perché dovrebbe essere quello il giorno più bello per una donna non lo capisco, pensò.
La ragazza, non ne ricordava il nome, si sedette sulla sua pancia, e gli chiese: e perché non ti sei impegnato abbastanza? Aveva i capelli neri, corti, e gli occhi molto grandi e scuri. Perché sono un uomo importante, le rispose. La ragazza si stava stropicciando le palpebre, arricciava il naso, scuoteva la testa. Sembrava una bambina che fa i dispetti o i capricci. Anche lei era ubriaca. Non è vero che sei un uomo importante, disse.
Nella camera accanto stavano litigando, in un’altra stanza avevano acceso una radio, trasmettevano una canzone di musica leggera, l’insegna al neon del motel labbreggiava (ora ricordo il motel, pensò l’uomo), le stelle stavano scorrendo veloci davanti alla finestra. Non c’era aria. Sì, che sono un uomo importante, disse, e non posso farmi vedere sbronzo davanti a tutti. La gente non si fida di un uomo, anche se ha fatto, o ha provato a fare del bene per tutta la vita, se beve o ha qualche vizio. La gente preferisce i venditori di patacche con i denti bianchi, i corrotti e gli assassini, purché siano igienizzati ed emanino sanità. Nessuno ha bisogno di un uomo buono, se è vizioso. A me piaci, disse la ragazza. Aveva smesso di fare quelle smorfie. Ora non sembrava nemmeno più ubriaca. E allora, le disse l’uomo, se ti piaccio, si vede che non sei una persona per bene, che non ti piace vivere in pace, che non sei nel partito dei buoni. È un errore. Se t’iscrivi a quel partito, puoi fare i tuoi porci comodi, e nessuno ti dice niente. Abbracciò la ragazza, le diede un bacio, e fecero l’amore.
Dopo, davanti alla finestra, rimase sospesa a lungo, incerta, tremante, una piccola stella senza luce.
La ragazza gli passò una sigaretta, e gli disse: forse sei tu quello che ha voglia di iscriversi al partito dei buoni e fare i tuoi porci comodi. Forse già sei iscritto a quel partito. Anzi, ne sono sicura. A una certa età si capisce pure: uno è stanco, e poi viene la paura di morire, che rende cattivi. Avete tutti quella paura. Ma non sapete che farne. Ti ritiri a casa, non ce la fai più a bere e a fare l’amore, specie con le ragazze che hanno la metà dei tuoi anni, conti i soldi in banca da tirchio quale sei, aiuti in chiesa, fai beneficienza o dai un po’ di spiccioli per qualche causa umanitaria, queste cose qui, e il resto della giornata la passi a sparare sentenze, dici questo non va, e nemmeno questo va, qua non va niente, te la prendi con la servitù che non è più quella di una volta, con gli operai che fanno sempre sciopero, ti preoccupi tutto il giorno per il decoro urbano e per la sicurezza, pensi a quello che mangerai la sera, a dove andrai in vacanza la prossima estate, guardi quelli che sono ancora in vita e, siccome dentro schiatti di invidia fino a farti venire l’intestino marcio, ti metti lì a pensare a tutte le cose assennate da dire per farli smettere di vivere. Specie un cervellone come te, quando attacca la solfa sulla responsabilità, i diritti e i doveri, la patria, la santa religione, la scienza e il progresso, mi sa che non la finisce più. Sai, disse ancora la ragazza, se io fossi in te, e ne avessi l’occasione, mi toglierei la vita il prima possibile. Sarebbe un bel modo per smettere di parlare del bene, e passare finalmente a farlo. Prenderò in considerazione il tuo suggerimento, disse l’uomo. Se vedo che divento così, che ho voglia di passare al partito dei buoni, giuro che mi ammazzo.
La ragazza, ora, era seduta a gambe incrociate davanti a lui, e lo guardava. Stava sorridendo, mentre con la mano si tormentava i capelli dietro la nuca. L’uomo si rese conto che non sapeva cos’altro dire. Si sentiva in imbarazzo. Forse, era perfino impaurito. Come ti chiami?, le chiese. La radio, nella stanza accanto, trasmise dei rumori rotti, e poi si spense all’improvviso. Mi chiamo Zea, disse la ragazza, che poi si sdraiò di nuovo accanto a lui, si strinse al suo fianco, gli poggiò una mano sull’addome e, prima gli diede dei brevi pizzichi, era come gli inviasse segnali morse, e poi cominciò ad accarezzarlo con delicatezza. È davvero un bel nome, disse l’uomo. Non lo avevo mai sentito prima, ma, ecco, pare proprio un nome importante, regale. Zea gli baciò una spalla, e disse: da regina invincibile, amabile, protettrice delle strade, senza cintura, dall’aspetto imbattibile. Scusami per prima, disse, ma è che mi piaci tanto.
Dalla finestra si vedeva la luna, ora, e l’uomo sentiva che l’ubriachezza scemava, e che stava provando una sensazione di disagio, un sentimento simile alla paura. Cosa ci faccio qui?, si chiese.
Zea gli chiese cosa ci facesse da quelle parti. Un incontro con gli studenti dell’università, rispose l’uomo. Ogni anno invitano una persona che conta, uno che nella vita ha fatto questo o quello. Mi ha costretto mia figlia. Una conferenza. Una specie di lezione. Dovrei avvertire questi giovani dei mali che si trovano davanti, ma la cosa mi convince poco. Parlare del male è inutile, quando non è pericoloso. Perché?, chiese Zea. Prima di tutto, rispose l’uomo, quando il male si presenta non dice mai: salve, sono il male. Anche le persone più intelligenti, anzi, soprattutto le persone più intelligenti ne possono diventare vittime. Quindi, non vedo il modo in cui si possa avvertire qualcuno del male. E poi c’è la parte più pericolosa. Che ne so sa fra gli studenti a cui parlerò non ci sarà il Mussolini, l’Hitler, il Rockefeller di domani, e non imparerà proprio da me a fare qualcosa di orribile? E, poi, a essere sinceri, c’è un altro problema: io non so proprio cosa dirgli a quei ragazzi.
Parlagli della paura, disse Zea. Quella dentro la testa. La gente si comporterebbe anche bene, se non avesse questa paura chiusa dentro la mente, irreale, privata, senza attinenza con nulla. Parli della bomba atomica?, chiese l’uomo. Zea scosse la testa, prese il posacenere dal comodino, e spense la sigaretta. No, disse, per niente, la gente non ci pensa proprio alla bomba. E poi perché dovrebbe pensarci? La bomba cade e siamo tutti morti. Non ha nemmeno il tempo di avere paura, la gente. No, hanno paura punto e basta. Non so di cosa. Sarà qualcosa che mettono di nascosto dentro il cibo, qualche prodotto chimico che spezza i nervi.
L’uomo le sfilò dalle mani il posacenere. Hai ragione, disse. Non lo so se mettono qualcosa di nascosto nel cibo, tutto può essere, ma il cibo, comunque, c’entra qualcosa. La gente è troppo sazia, si lascia trattare come si fa con gli animali da allevamento. La paura viene dal fatto che, anche se fai finta di niente, lo sai bene che alla fine ti macellano.
L’uomo pensò che avrebbe potuto dire questo: avrebbe potuto cominciare dai potenti della terra, e dire che, da sempre, le forze che dominano il mondo trattano gli uomini e le donne come masse di animali da domare e da ingrassare. Soldi facili. Privi di valore. È la finanza contro il lavoro. Così tutti diventano integralmente corrotti, interiormente marci. È questo a rendere gli uomini ricattabili e impauriti. E anche se un giorno ti svegli e capisci tutto, basta, ormai non ci puoi più fare niente. Il lavoro non conta più. Nemmeno ce l’hai più un lavoro, e, se vuoi continuare a ficcare il muso nella greppia, non importa come la pensi, o come credi di pensarla, chi tu sia convinto di essere: devi solo ubbidire in silenzio.
L’uomo spense la sigaretta, e poggiò il posacenere sul suo comodino. La paura è il nostro male, disse, ma non serve a niente parlarne. È fiato sprecato. Ci derubano della nostra individualità, della nostra anima. Economie, ideologie, sistemi politici, comunisti, socialisti, liberisti, democratici, tiranni e capi di governo, asiatici, europei, americani, sta succedendo la stessa cosa da tutte le parti: siamo governati da persone che odiano il mondo, che odiano smisuratamente gli uomini, che disprezzano sé stessi e, quindi, non credono nel talento umano. E non ci si può fare proprio nulla.
Stava sorgendo il sole. L’aria, ora, era fredda. L’uomo tirò su le lenzuola. Abbracciò Zea. C’era silenzio. Nel motel stavano dormendo tutti. Forse è così, disse Zea. Tu non ci puoi fare nulla. Non è colpa tua. Sai, un tempo, tantissimo tempo fa, nulla mi toglie dalla mente e dal cuore l’immagine di quelle notti senza fine, le stelle vorticavano e, sotto di esse, gli uomini e le donne, istruiti a questo dalla natura delle cose, si davano ai cupi meravigliosi riti dell’amore, un tempo, ti dicevo, si nasceva vivi, e si moriva poco a poco, cercando di lasciare dietro di sé qualcosa, ma oggi tutti nascono morti, e con fatica, con mezzi indebiti e inutili, il lavoro, la fatica, l’impegno, provano a guadagnare un alito di vita, e non vogliono più lasciarlo andare. Anche tu non credi più nel talento dell’uomo, e ti disprezzi, perché non sei più in grado di morire, e domani, anche su questo hai ragione, la maggior parte dei ragazzi con cui parlerai non capirà, e chi capirà userà le tue parole per fare del male: capirà di dovere difendere la propria individualità, si prenderà il diritto di non avere mai paura, imparerà a parlare di dinamo stellate e di contatti celesti e di macchinari della notte rivendicando con questo di essere una brava persona, di essere di quel partito che gli dà diritto a fare i propri porci comodi: non vorranno più invecchiare, e, come tutte le persone nate morte, non vorranno mai morire. Ma verrà il giorno, caro, che la paura sarà vera e grande. La paura è un male, disse Zea, solo quando è poca ed è tutta nella mente. Ma quando è tanta, e viene dal mondo, allacciata al piacere, quando è davvero forte, uno lascia quello che stava facendo, smette di mangiare, se mangiava, smette di lavorare, se lavorava, e corre per strada, e, nella notte senza fine, mentre le stelle vorticano nel modo in cui lo fecero il primo giorno, si compiono i riti d’amore.
L’uomo chiuse gli occhi, e cominciò di nuovo a sognare che si stava preparando una grande felicità. Ma prima, pensò, io sarò morto, e saranno morti anche i ragazzi con i quali parlerò domani. Saremo morti tutti, senza lasciare traccia. Questo è un bene per chi verrà. Avevano acceso di nuovo la radio, qualche stanza più in là. Trasmetteva una pubblicità. C’era un vento molto forte, e l’uomo, nel sogno, sentì che, riparate dietro la luce complice del sole, le stelle si stavano preparando a una lenta rivoluzione.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

