
VENERE IN BATTAGLIA
Aveva il sole contro, e gli stridii degli uccelli erano un problema. Gli avrebbero potuto impedire di sentire arrivare la camionetta dei nazisti.
Inoltre, pensò Voltaire (questo era il nome di battaglia che aveva scelto per entrare nella Brigata Garibaldi), tutto fruscia perché ho paura. Cercò di ricordare a quale tragico greco si doveva questo verso luccicante di smaccata verità.
Adelmo, il capo brigata, lo aveva capito che aveva paura. Basta che te la senti, gli aveva detto. Non ho altri uomini, e sarai solo. Però, te la devi sentire. Non è che ti giudico male, lo sanno tutti che voi intellettuali siete cacasotto, e usate la ragione come i padroni, questo mi conviene e questo non mi conviene, e alla fine dei vostri calcoli esce sempre fuori che è meglio muoiano gli altri. Voltaire lo aveva mandato a quel paese. Se ragionavo come i padroni, gli aveva detto, non stavo qua. E, infatti, pensò, eccomi in mezzo a una fratta, fra due massi pencolanti su una strada, pronto a dare l’assalto da solo al nemico.
Prima di mandarlo via, Adelmo gli aveva dato una foglia secca di alloro come portafortuna. Gli aveva stretto forte la mano, quasi gliela spezzava, e gli aveva detto: ma dai, che ormai sei un uomo.
In teoria, non era impossibile farcela. Anzi. Aveva cosparso la strada lì sotto di chiodi a tre punte, e, con un po’ di fortuna, la camionetta poteva sbandare e cadere nel burrone. E il gioco era fatto. Non avrebbe nemmeno dovuto sparare. Difficile. Sparare avrebbe dovuto sparare, ma i tedeschi, in fondo, erano solo in due, e dalla posizione in cui si trovava, specie se il sole avesse fatto la gentilezza di togliersi di mezzo, non bisognava essere un cecchino professionista per impallinarli.
Sentì un rumore metallico alle sue spalle. Gli mancò il fiato. Si girò lentamente, pronto a buttare a terra il fucile e ad alzare le mani. Quel cane di Adelmo!, pensò. Era un compagno. Adelmo gli aveva inviato qualcuno. Era dietro un albero, si vedevano solo le mani, che si muovevano veloci, rapidissime e precise, mentre facevano scorrere l’otturatore e caricavano i proiettili. Si alzò il vento, e le foglie delle fronde si gonfiarono, vibrarono tutte insieme, e fecero scintillare la luce del sole.
A Voltaire mancò di nuovo il fiato. Ora aveva davanti il compagno, che, però, non era un compagno, ma una compagna. Aveva gli occhi nerissimi, e, da sotto il cappello, gli scivolava una ciocca di capelli che gli fece pensare a una poesia di Baudelaire. Cos’è, disse la ragazza, non hai mai visto una donna in vita tua? Voltaire non sapeva cosa risponderle. Pensò che doveva avere sulla faccia un’espressione da vero cretino. Disse qualcosa sul fucile, che non ne aveva mai visto uno così, e poi disse, balbettò, che era la prima volta che vedeva qualcuno così pratico e veloce nel caricarlo. La ragazza si sedette a terra. Gli fece segno di imitarla. Voltaire ubbidì, e, dopo un po’, le disse: guarda che, oltre che comunista, sono anche per la causa del femminismo, che poi, a me, la donna piace di ferro.
La ragazza si infilò fra le labbra una sigaretta. Ne preparò un'altra, e la passò a Voltaire.
A me, disse la ragazza, le donne di ferro fanno schifo. E anche gli uomini di ferro. Gli uomini e le donne sono fatti di carne, mica di ferro. Accese entrambe le sigarette con uno zippo. Però, disse, il femminismo mi sta bene. La luce stava calando. Un gruppo di nuvole lambiva il sole. Ma perché, pensò Voltaire, te ne sei uscito così? Volevi provarci con lei in un momento come questo? E proprio con una compagna di lotta? Sì, si rispose. È molto bella. La guardò. Gli tremarono le gambe.
Sono stato maldestro, disse Voltaire alla ragazza, e forse mi hai frainteso. Io volevo soltanto esprimere un’ovvietà, e cioè che per un comunista una donna e un uomo sono uguali, anche la donna lavora e può fare la guerra, giusto?, e che, ecco, dopo la rivoluzione penseremo pure a voi.
E perché dopo?, chiese la ragazza. Il comunismo mica viene prima del femminismo, il comunismo e il femminismo sono la stessa cosa, e, tu che hai studiato dovresti saperlo che, quando dici la parola femmina, dici qualcosa di fecondo, che ha a che fare con il mettere al mondo i figli, non solo in senso carnale e fisico, lo sai, la femmina ha a che fare con i frutti di ogni tipo, e con l’essere felici, e tutti gli uomini, e anche gli animali, e i vegetali, tutto, tutto è fecondo e fa figli, ed è felice perché sa che la vita è una e comune a tutti, ed è questo il comunismo di cui discetti con tanta lentezza e fatica.
Le nuvole coprirono il sole, e per un momento fu tutto buio, ma poi il vento strapazzò veloce il cielo e lo pulì e ci fu di nuovo la luce.
Un giorno, disse la ragazza, ci sarà la rivoluzione di cui parli, e tutto tornerà alle origini, le stelle dal cielo proietteranno la luce come facevano un tempo, quando bastava spingere un piede qui a terra e sentivi tutto tumultuare. A Voltaire sembrò davvero di sentire tumultuare tutto. Guardò il piede della ragazza, che premeva la terra. Era nudo.
Quando ci sarà il comunismo, stava dicendo ora la ragazza, non ci saranno più capi a comandare perché a ognuno basterà la propria testa per sapere cosa fare, e non ci saranno più ingegneri, perché tutti gli uomini saranno ingegnosi, non ci saranno più ragionieri perché tutti saranno ragionevoli, e voi intellettuali sarete intelligenti, e tu non sentirai più paura nella mente, perché la paura la troverai nel mondo, intrecciata al piacere, e, Voltaire, disse ancora la ragazza, tu, un giorno, troverai la realtà più appetibile delle tue opinioni, e la verità più appassionante delle tue fedi, e, questo te lo posso giurare, non coltiverai più il tuo giardino, e io e te faremo l’amore. Non fa questo chi vive?, disse la ragazza, e poi si sentì un rumore, era la camionetta dei nazisti che avanzava, la luce del sole spaccava l’aria e gli uccelli ci si perdevano dentro, Voltaire si sentì come morto, e la ragazza si alzò e avanzò attraverso i massi. Si capiva da come si muoveva che era una dea. Andiamo a dare morte alla morte, disse. Cominciò la battaglia.
Testo di Pier Paolo Di Mino.
Illustrazione di Veronica Leffe.

