HANIEL LONG. LA MERAVIGLIOSA AVVENTURA DI CABEZA DE VACA

“Il nostro impegno non è rivolto a liberarci dal peccato, 
ma ad essere Dio”. (Plotino, Enneadi, I 1, 9)

 

Verso la fine del novembre del 1528 un pugno di spagnoli naufragò sul litorale del Golfo del Messico. Luogotenente della spedizione era l’eroico Núñez Cabeza de Vaca, venuto alle Americhe selvagge per portare in queste terre incognite e buie la luce della religione e del progresso.

Superstite del naufragio insieme a pochi altri, Cabeza de Vaca fu tratto in salvo dagli indigeni del posto. È necessario analizzare, sebbene brevemente, i motivi di questa accoglienza ospitale, che potrebbero risultare oscuri alla nostra moderna sensibilità: gli indigeni salvarono e sfamarono gli invasori a causa di un automatismo fondamentale alla sopravvivenza su questo pianeta, e che una volta veniva chiamato pietà o umanità. All’umanità, per diversi secoli, noi abbiamo invece preferito la misericordia in cambio di ricompensa divina, e, da ultimo, destituita qualsiasi idea di divino, disconosciamo anche la misericordia. Per questo motivo può essere difficile capire l’umanità degli indigeni davanti agli invasori. Dunque, proseguiamo. Non sapendo come inserire nella loro società questi sventurati invasori a causa della debolezza e stranezza caratteriale che mostravano, gli indigeni decisero che il meglio per Cabeza de Vaca e i suoi amici fosse quello di diventare dei guaritori. Anche questo ci può sembrare strano. Appartiene solo alla nostra più remota antichità la coscienza di un fatto che dovrebbe essere evidente, e cioè che il meglio per tutti è che ciascuno abbia un posto e un ruolo a questo mondo, come mostra la famosa storia dell’imperatore che dava l’elemosina a chiunque gli prediceva vittoria e successo, e, sgridato da un suo ministro per questa dabbenaggine, rispose: se impedissi a un truffatore di fare il suo mestiere, qualcuno potrebbe decidere che io non posso fare il mio di imperatore. Del resto, non era per sprecare tempo che gli antichi testi religiosi indiani insegnavano come pregare, come cucinare, come fare l’amore, e il modo migliore di rubare. Tutto deve avere un posto. Ma questo è davvero difficile da capire oggi: non dico che oggi a un cieco, in quanto cieco, non sarebbe più chiesto di essere Omero, dico che oggi a un uomo, in quanto uomo, è chiesto di rispettare i numeri paradossali e transfiniti, inumani, dei programmi aziendali, o morire. Che è quello che faremo. Ma dicevo: a Cabeza de Vaca e agli altri naufraghi venne chiesto di fare i guaritori. Lì per lì i nostri inorridirono. Non è possibile, pensarono. Per guarire gli uomini, pensarono, ci vorrà pure una particolare investitura sacra, un carisma, un rapporto protocollato con Dio, o almeno una laurea o un attestato della Regione. Ma che potevano fare? Si buttarono. Meglio: si piegarono. Si piegarono sui malati. Poi, pregarono con fervore. Quindi, li toccarono. Quelli guarirono.

Questo miracolo avviene sullo sfondo di un naufragio che, a sua volta, avviene sullo sfondo del più grande genocidio della storia umana. Questo miracolo, dunque, avviene sullo sfondo del più grande naufragio umano. È, quindi, bene dire subito che questo naufragio, così come appare fin dalle prime righe di questo piccolo libro pieno di grande splendore, coincide con il naufragio della nostra civiltà, ovvero della nostra religione e della nostra idea di progresso.

La storia della letteratura è piena di naufragi simili, essendo la storia della nostra civiltà costantemente costellata da diversi naufragi della propria religione così come della propria idea di progresso. ‹‹Ovunque mi volgo è naufragio››, è, per esempio, scolpito con orrido distacco nelle pagine del Satirycon, libro nel quale si predice la fine del mondo classico ad opera di uomini come Trimalcione, quei liberti arricchiti e anzi ricchissimi che, seduti alle loro ultime cene, potevano annunciare la buona novella di una speciale spiritualità priapescamente funerea: a seguire, quindi, i crolli in borsa, la crisi globale, masse disordinate di migranti (detti anche barbari), la fiscalizzazione e paralisi della società, la schiavitù per debiti e il lavoro coartato (detto anche servitù). È la fine della città dell’uomo, gioisce sant’Agostino, a favore di quella di Dio.

Quando non si parla di naufragi, in letteratura, si usa anche la peste. Oppure il diluvio. In realtà, sono davvero molti i modi di dare forma letteraria all’idea del nostro fallimento e della nostra dissoluzione, ma ognuno di questi modi, in fondo, non è altro che una declinazione dell’immagine del crollo. Il crollo della torre di Babele, ovviamente. Ovvero, quella storia in cui viene perentoriamente affermato che Dio non vuole che gli uomini si riuniscano tutti all’ombra di una sola torre. Dio (ci racconta questa storia) non vuole che gli uomini parlino una sola lingua, abbiano un solo re, abbiano una sola religione o, se la religione è ridotta a questo, un solo mercato. Dio, in realtà, non apprezza nemmeno che gli uomini amino un solo Dio. Se gli uomini (ci dice questa storia) credono di trovare in una cosa come questa una religione o una qualche forma di progresso, bene, sappiano subito che vi troveranno, invece, solo il loro crollo e la loro dissoluzione.

È sempre viva nell’anima umana la speranza che una catastrofe coincida con un’apocalisse, con una rivelazione su quali siano i nostri sbagli e su quale possa essere infine il meglio per noi. Ci si augura, dunque, che alla catastrofe segua un rinsavimento da quelle idee sbagliate che ci hanno portato alla catastrofe. Non penso, però, sia mai accaduto qualcosa del genere. Ne fa testimonianza l’esito della Seconda Guerra Mondiale, che vide sprofondare il mondo in un abisso di male e insorgere il più puro spirito di disumanità, e dal quale siamo usciti vedendo trionfare in filosofia il positivismo logico, che di tutto si occupa meno che dell’umano. Questa filosofia disumana, o questa filosofia del disumano, ha visto ampie applicazioni in giurisprudenza, dove è stato espunto il concetto di giustizia a favore di quello di legalità; in economia, dove le enumerazioni astratte della finanza hanno sopraffatto il valore e il concetto stesso di produzione e di lavoro umano; in politica, dove le idee necessarie a rendere vivo un organismo statale sono state sostituite dalla gestione dei dati statistici (diciamo: dallo Stato alla statistica); e, infine, in tutti gli ambiti dell’agire umano. Inutile dilungarsi su questo punto. Il dispiego di questi ritrovati della tarda scolastica medievale sulla nostra vita è davanti agli occhi di tutti: astratti strumenti di controllo sociale e più nessuna società; più psicologia che anima; più parametri medicali che medicina; protocolli scientifici e nessun sapere; più libri che letteratura, e via dicendo. È davanti agli occhi di tutti, soprattutto, l’effetto concreto di questi artifici della tarda scolastica medievale: l’uomo è ridotto a mero supporto biologico di ciò che produce. L’uomo è ridotto ad aspetto biodegradabile della merce. Dal fatto che nemmeno una catastrofe immensa come quella della Seconda Guerra Mondiale, in tutto il suo dispiegamento di disumanità, ha impedito una nostra ulteriore disumanizzazione, mi pare sia lecito inferire che le catastrofi valgano ben poco come avvertimenti. Non penso si possa sinceramente credere che una catastrofe coincida con un’apocalisse. Non penso sia possibile credere che una catastrofe abbia qualcosa di educativo.

Una catastrofe, però, concede sicuramente una possibilità. Ed è su questa possibilità che si sofferma Haniel Long ne La meravigliosa avventura di Cabeza de Vaca. Una catastrofe, ci mostra Long, può essere l’occasione di quella totale dissoluzione di ciò che siamo, nella quale ritrovare ciò che siamo. Una catastrofe, ci racconta Long con parole sognanti, offre, nella dissoluzione materiale e spirituale di tutto ciò che abbiamo assunto a realtà certa e indubitabile, la possibilità di riappropriarci, al di là dei confini stabiliti per convenzione di questa realtà, della vita. Questa possibilità Long la mette in bocca a Cabeza de Vaca quando riferisce circa il suo e il nostro naufragio: ‹‹ho visto uomini buttarsi a mare resi pazzi dalla sete e dal sole. Li ho visti gonfiarsi e morire delirando, ho ascoltato le parole e i canti che esprimevano i loro poveri pensieri. Ho visto uomini rosicchiare i cadaveri; e si trattava di gentiluomini spagnoli. È strano avere una lezione così vivida di quel che può diventare la vita. Eravamo stati una fiera compagnia piena di fiducia nelle nostre forze, nelle nostre armature, nei nostri cavalli. A poco a poco la nostra forza si disgregò al punto che nulla di ciò che avevamo in comune ci poteva essere di aiuto. Come dico, è strano non potere contare più su niente all’infuori di sé stessi››. Questo sé stessi, forzato dal ritmo incantatorio della poesia di Long, si presta volentieri alla più comune e triviale delle deformazioni, come non ha mancato di succedere nei decenni successivi l’uscita di questo libro, grazie a quella teodicea libertaria degli anni Sessanta e Settanta e a quella teologia psicanalitica dell’io che con goffe parole d’ordine e incerte definizioni dottrinali ci hanno portato a quel distacco dalla realtà causato dal mito superstiziosissimo del nostro vero sé, della nostra centratura, con i vari corollari di successo e soddisfazione materiale, e via dicendo. Il senso di questo avvicinarsi a sé stessi, eppure, in Long, con perspicuo senso della realtà, non è altro che una rinuncia a tutto ciò che ci allontana dall’umano. Questo contare su sé stessi è un trovarsi nell’altro. Ma trovare noi stessi nell’altro è esattamente l’opposto di contare sull’altro per giustificare il nostro senso di irresponsabilità, al riparo oscuro e tenebroso di quell’apparato di strade e case e città e servizi e merci e diritti e doveri e burocrazie e fedi e ideologie e mode e convenzioni che ci assolvono dal vivere ciascuno la vita per ciò che la vita è: un darsi all’altro. È noi stessi soltanto ciò che incontriamo nell’altro e nella responsabilità cui ci chiama questo incontro. È una scoperta, questa, cui nessun libro, dice Haniel Long, nemmeno un libro rivelato, ci può preparare a sufficienza. ‹‹Noi eravamo più di quello che credevamo››, afferma a un certo punto Cabeza de Vaca. Noi, trovandoci nell’altro e nella responsabilità vicendevole che ci lega gli uni agli altri, siamo molto più che solo noi stessi: siamo davvero noi stessi. Quella che ci mostra Long è, dunque, davvero un’occasione non da poco.

Del resto, la nostra letteratura, da sempre, accanto all’immagine del naufragio e del crollo, e con non minore perentorietà, ci mostra nel suo corso, anche questa occasione.

Questa occasione la letteratura ce la mostra ad Atene, quando, crollate le libertà greche a causa dei duri colpi della retorica massmediologica dei sofisti e la conseguente tirannia dei trenta, Platone risponde a tutto questo affermando che, se anche tutto fosse davvero relativo e fatto a misura e capriccio d’uomo, e nessuna verità vivesse in questo mondo, ebbene, noi cercheremo comunque questa verità. O questo amore, così platonico, quello che passa per e che porta ancora una volta a essere sé stessi nell’altro: alla comunione della mente. Quella comunione che forse avevano nel cuore i giovani tebani che morirono mano nella mano a Cheronea vinti dalla furia macchinale di Filippo e di Alessandro. E il grande sogno americano di Alessandro, morti quei giovani, ancora non ha vinto quell’amore. Questa occasione la letteratura ce la mostra a Gerusalemme, quando, nella dissoluzione della religiosità politeista insieme a quella monoteista, Gesù salva la religione rendendola umana, e decretando che il mondo non è regolato da astrusi comandamenti e cabale celesti, ma dagli uomini di buona volontà, quegli ostinati che cercano una verità che non c’è, e che lottano la vita con quello stesso amore che avevano in petto i giovani tebani. Un amore che rende la mente comune. Questa occasione la letteratura ce la mostra a Roma (e dintorni), quando, ormai sconfitta questa idea comunista (questo amore che rende la mente comune) e la Chiesa ormai ridotta a teocrazia e arresa a colpi di decretali al dominio del denaro a strozzo, Francesco d’Assisi ritrova questo amore nel semplice fatto di essere un uomo, nudo e povero. E questa occasione la letteratura ce la mostra, infine, sul lido del Messico con la storia di quel Cabeza de Vaca, che, andato a sterminare uomini e donne e bambini in nome di una religione, ritrovò la religione. La religione che cerca una sola salvezza. Quella che cerca ogni religione: essere per gli altri uomini un uomo.

Ma questa religione è per noi da troppo tempo uno scandalo. L’idea stessa di religione, di essere legati a qualcosa, a qualcosa di divino come l’uomo o il mondo o la vita, è per noi ormai quasi incomprensibile. Abbiamo molti nomi di religioni, ma nulla sotto questi nomi. Anche questo racconta, al solito modo sognante e perspicuo, Haniel Long. Divenuti Cabeza de Vaca e i suoi amici ormai celebri guaritori fra gli indios, le autorità militari spagnole, sopraggiunte nel frattempo, avvisano la popolazione che è necessario diffidare di loro, giacché non sono veri cristiani. I veri cristiani sono i conquistatori. Gli indios ci pensano su, racconta Haniel Long, e rispondono ai conquistatori che, ovviamente, i veri cristiani non dicono la verità. Gli indios obiettano ai conquistatori che Cabeza de Vaca e i suoi amici non possono essere cristiani né veri né falsi. Non possono proprio essere cristiani, perché Cabeza de Vaca e i suoi amici guariscono i malati, mentre i veri cristiani uccidono anche i sani: perché Cabeza de Vaca e i suoi amici portano la vita, mentre i veri cristiani portano la morte.

Questo discrimine, ancora oggi (oggi più che mai) ci si impone con forza: il discrimine posto da Cabeza de Vaca fra riscoprirsi umani oppure morire, portando tutto il mondo con noi nel nostro abisso.

 

Pier Paolo Di Mino

 

Illustrazione di Veronica Leffe

 

 

L'articolo e l'illustrazione sono apparsi originariamente sulla rivista letteraria TerraNullius-Narrazioni Popolari, nella rubrica “La Biblioteca Essenziale” 

 

 

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